Cella per due – Mc 6,1-6

Cella per due – Mc 6,1-6

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.


Ormai parecchio tempo fa svolgevo un piccolo servizio di volontariato presso il carcere minorile. Una volta accompagnai un gruppo di scout dentro il carcere, ogni giorno per una settimana. In quel periodo era appena arrivato, in carcere, un ragazzo particolare: era sempre vestito male, non parlava con nessuno e guardava tutti con grande diffidenza. Tutti i giorni scendeva dalla cella per passare l’ora d’aria con noi con lo stesso atteggiamento e abbigliamento. Mi colpiva e cercavo in qualche modo di avvicinarmi e iniziare a fare due chiacchiere con lui, ma senza risultati.

“Lascialo perdere”, mi diceva qualche detenuto, “quello è fatto così”.

L’ultimo giorno siamo entrati e gli scout che accompagnavo hanno salutato i loro coetanei, conosciuti durante la settimana. Vediamo arrivare il ragazzo in questione, ma c’è qualcosa di diverso: è vestito bene, camicia bianca, pantaloni puliti (e senza buchi), sorridente. Mi piace pensare che, nel momento di salutarci, voleva mostrarci che può essere una persona bella, voleva regalarci un’immagine positiva di sé, perché durante la settimana gli scout che accompagnavo l’avevano guardato con un “occhio gratuito”, aperto al cambiamento.

Non è facile guardare le persone con quest’occhio, perché i pregiudizi intrappolano tutti, sia chi li subisce che chi li fa: il pregiudizio è una cella per due. E invece gli altri possono cambiare, possono stupire, nella misura in cui il nostro sguardo glielo consente. Nemmeno il Figlio di Dio ha potuto fare molti “progidi” nella sua patria, dove lo consideravano unicamente il “falegname”, perché è la fiducia che noi diamo alle persone il motore della loro stessa ricchezza. E’ un circolo virtuoso che è difficile innescare, perché chiede di andare contro la paura e la ricerca affannosa della propria sicurezza, ma ne vale la pena. Se permettiamo alla vita di lasciarci stupire, scopriremo di essere liberi e liberanti.

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