Il dito nella piaga

Il dito nella piaga

Senza capirla del tutto facciamo continuamente nostra l’affermazione di Tommaso nel Vangelo di questa seconda domenica del Tempo di Pasqua, domenica della misericordia (Gv 20,19-31): «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». L’abbiamo trasformata nell’espressione cardine di una convinzione basata sulle prove, sull’evidenza dei fatti, su quello che possiamo verificare in maniera scientifica; in altre parole l’abbiamo innalzata a vessillo della modernità che fa della ragione e della ragionevolezza il proprio cardine di vita. In fondo Tommaso ci piace proprio per questo: non si accontenta del sentito dire ma vuole avere un riscontro oggettivo di ciò che gli viene raccontato.

Eppure dobbiamo ammettere che oggi le cose non stanno così: da un lato si sente ripetere con grande superficialità la parola verità, dall’altro sembra essere passata di moda la fatica di cercare le manifestazioni delle presunte verità che continuamente ci vengono messe sotto agli occhi. Ci accontentiamo di una lettura molto superficiale delle cose, non abbiamo la pazienza di verificare, di prenderci il tempo necessario prima di emettere un giudizio, accogliamo con leggerezza e passività la gran mole di informazioni che continuamente ci vengono scaraventate addosso. In fondo abbiamo tutti pensato che avere a disposizione le proprie verità fosse un modo semplice e indolore di condurre la vita senza accettare la dimensione della fatica. Ma il ragionare attorno alla verità comporta sempre una dimensione di fatica insita nel fatto stesso che la verità non si dà mai con evidenza e va sempre, comunque, cercata.

Quanto sta accadendo nella guerra in Ucraina, ma anche le ormai lunghe vicende legate alla pandemia, ci raccontano dell’incapacità di cercare una verità fuori di noi, perché in realtà, ciò che cerchiamo è la continua conferma delle piccole verità che crediamo di portarci dentro. Assistiamo a lunghi dibattiti televisivi che sono lo specchio delle chiacchiere di piazza nei capannelli di anziani che commentano le notizie del giorno: ciascuno parte dalla propria verità e guarda soltanto ai fatti che possano confermarla, escludendo dalla propria prospettiva tutto quello che comporterebbe la fatica di accettare altri punti di vista e nuovi riposizionamenti. Si cercano gli esperti in base alle verità che si vogliono più o meno confermare, pensando che fare la fatica di cercare ciò che ancora non c’è sotto ai nostri occhi sia del tutto inutile.

Siamo diventati pigri e crediamo a ciò che ci fa più comodo prima ancora di credere a ciò che i fatti confermano: l’esatto opposto di quello che pensiamo di essere.

Eppure Tommaso con la sua richiesta non ha mai smesso di metterci in guardia: in realtà la sua dichiarazione spiazzante di fronte alla testimonianza degli altri discepoli che dicono di aver incontrato il Risorto, è la conferma del fatto che non ci si può accontentare: non è l’affermazione di un dubbioso, ma la dichiarazione di un uomo coraggioso che ha imparato quanto sia impegnativo cercare la verità, una verità che sta fuori di noi, ma che chiede di essere vagliata dai dati della nostra esperienza, umana e personale. Tommaso desidera incontrare proprio quel Signore che per anni ha accompagnato lungo le strade della Palestina: cerca fatti di Vangelo, segni tangibili della risurrezione. Non mette in discussione la necessaria testimonianza dei fratelli, ma ha capito che quello che davvero merita di essere cercato centra con il proprio vissuto e con la propria carne.

La verità che sta fuori di noi e che nessuno può darsi da solo, accetta di essere accolta solo da chi vuole fare la fatica di cercarla e di attenderla e, come frutto, porta alla capacità di rileggere la propria vita da credenti.

Non si tratta, allora, di voler costringere gli altri ad aderire alle nostre verità, ma di camminare insieme verso la verità che non ci appartiene e che, proprio perché tale, non può appartenere a nessuno. Non si tratta di fare i conti con qualcosa che è a nostra disposizione e che aspetta di essere svelata senza fatica: questa è magia. Anzi, proprio quando ci sembra sfuggire ed essere lontana, dobbiamo ricordarci che la verità va continuamente cercata, con fatica e insistenza.

Colpisce come il primo dono che viene dal Risorto sia quello della pace. La pace è dono della verità e se anche non sembra esserci, tuttavia dobbiamo continuare a cercarlo per continuare a vivere da credenti.

Tommaso dimostra di avere capito quanto sia importante rileggere la propria esperienza di vita alla luce di questa verità che sembra sfuggirgli ma che invece ritorna anche grazie alla sua insistenza nel ricercarla: il Signore risorto mantiene la sua promessa di rimanere con noi per continuare a donarci la sua pace, ma deve esserci qualcuno che, come Tommaso, desidera continuare a incontrarlo: a quel punto non ci sarà più bisogno di toccare perché la vita esploderà in tutta la sua forza. Sarà sufficiente riconoscere che il Signore è anche il nostro Signore e il nostro Dio.

Ci si può accontentare, come persone irrazionali e ottuse, delle verità parziali che tutti ci raccontano per spiegarci la guerra e continuare nella nostra indifferenza, oppure insistere per trovare, da veri credenti, le ragioni della pace, quelle ragioni che nascono dalla fatica continua di fare i conti con la verità: se vogliamo essere beati non dobbiamo impedire al Risorto di mettere il dito nella piaga della nostra superficialità.

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