Giubileo di speranza (tra le tombe!)
In questa domenica cade la commemorazione di tutti i fedeli defunti, quindi la liturgia prevede uno dei possibili schemi di letture proposto per questa occasione. Ci soffermiamo sul brano di Giovanni (Gv 6,37-40) che estrapola alcuni versetti dalla parte centrale del lungo discorso che Gesù fa nella sinagoga di Cafarnao, a spiegazione del segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci presso il lago di Tiberiade.
Dopo aver chiarito di essere lui il pane disceso da cielo per dare vita al mondo, Gesù esplicita che ciò che gli viene affidata dal Padre sarà salvato, perché non sarà allontanato o respinto: fare la volontà del Padre che lo ha mandato è il senso della missione del Figlio che è stato inviato proprio per rendere manifesta questa volontà. Essere trasparenza di colui che manda è il desiderio che alimenta la vita del Figlio: chi si affida a lui deve comprendere e credere che la volontà del Padre è quella di offrire una vita che va al di là dell’ultimo giorno, una vita che non muore e che rimane stabile per sempre. Gesù non è venuto per perdere o lasciare da parte qualcuno: chi si affida a lui non può perdere la strada, potrà vivere le difficoltà della vita di ogni giorno, potrà smarrirsi in determinate circostanze, ma non potrà andare perduto.
Per vivere abbiamo bisogno anche di qualche certezza: sappiamo bene quanto siano importanti le domande ben poste, ma anche le risposte chiare offerte nei momenti giusti sono fondamentali: qui Gesù non fa domande. Ci rassicura con affermazioni certe sul significato del rapporto con lui: se accettiamo di affidarci a lui, nulla di noi andrà perduto, tutto ritroverà vita nell’ultimo giorno, quando saremo chiamati a confrontarci con la morte non più abbandonati a una drammatica solitudine. Non saremo soli proprio perché con noi ci sarà lui, il Figlio che ha vinto la morte.
Questa giornata in cui commemoriamo i fratelli e le sorelle defunte può essere vissuta in modi molto differenti. Come una celebrazione che si ripete, un momento in cui riportare alla memoria il ricordo di chi non c’è più, l’occasione per fare un salto al cimitero e tenere viva la memoria dei legami, pur nella consapevolezza che questi stessi legami si fanno sempre più deboli man mano che che il tempo avanza e le generazioni si susseguono, oppure come l’occasione di chiedere a noi stessi se crediamo davvero alla vita eterna. Se per noi valgono le parole di Gesù, valgono le sue rassicurazioni, allora, le nostre visite di questi giorni al cimitero, avranno un valore completamente differente: i morti non hanno bisogno del nostro ricordo per rimanere vivi. Se sono morti in Cristo, continuano a essere vivi come lui è vivo. Noi abbiamo bisogno di ricordarci che per rimanere vivi è necessario morire in Cristo, cioè alimentare la nostra esistenza con il credere in lui. Dalle tombe abbiamo bisogno di cogliere l’appello a vivere con responsabilità la nostra vita di credenti: ecco perché è necessario andare a trovare i nostri morti, ecco perché la chiesa ha istituito un giorno in cui tutti i fedeli sono invitati a chiedersi a quale comunità credono di appartenere.
Chiunque crede e vede il Figlio ha la vita eterna, entra a far parte della comunità di coloro che vincono la morte per sempre: cosa vediamo quando camminiamo tra le tombe dei cimiteri? Ricordi più o meno sbiaditi? Ci affidiamo alla superficie delle lapidi e a quello che cercano di mascherare con immagini e parole più o meno di circostanza, oppure accettiamo la sfida che ci viene dalle affermazioni certe di Gesù che ci chiedono di riconoscere sempre la vita quando ci affidiamo a lui?
Non si tratta, allora, di una semplice ricorrenza da onorare ammantandola di una triste seriosità; se lo vogliamo, siamo messi di fronte alla possibilità di riflettere sul significato della morte, della nostra fede e di come stiamo di fronte alla vita coltivando davvero la speranza. La visita ai cimiteri può diventare, allora, il nostro piccolo giubileo annuale che ci rigenera proprio nella virtù della speranza.



