Capelli

Capelli

Le ultime domeniche dell’anno liturgico, siamo arrivati infatti alla XXXIII dell’anno C, ci presentano brani appartenenti al genere apocalittico, brani che ci aiutano a riflettere sul tema del tempo, dell’attesa, brani che ci spingono a considerare la vita come una realtà che può trovare una conclusione spesso drammatica, ma che in realtà è destinata ad essere preservata se sapremo fidarci di chi ce l’ha donata. Questi ragionamenti lasciano il tempo che trovano per chi, come il sottoscritto, sta comodamente seduto alla sua scrivania; suonano in modo molto differente per chi si trova in un momento tragico dell’esistenza o per tutti coloro che vivono quelle realtà drammatiche evocate da questi versetti.

Guerre, distruzioni, persecuzioni, carestie e malattie di ogni genere affliggono gran parte del genere umano in tanti luoghi della terra e qualcuno potrebbe approfittare perfino di queste situazioni per costruire un sistema di potere e di consenso: il vangelo ci mette in guardia da tutti coloro che in nome di Dio vanno seminando odio e diffidenza per costruirsi un seguito. Il terrore diventa un tragico alleato che ci spinge a seguire ogni genere di proposta che possa tranquillizzarci: ecco, allora il senso dell’invito a riconoscere nelle disgrazie che affliggono la storia, quella personale come quella collettiva, un monito a riconoscere l’appartenenza a una fragilità comune che chiede di essere accolta con fiducia.

Siamo fragili e sappiamo molto bene quanto la realtà ultima della morte ci faccia paura. Da qui nascono insicurezze, peccati di ogni genere e l’incapacità di fidarci gli uni degli altri e di Dio. Non dobbiamo spaventarci di tutto questo e soprattutto non dobbiamo fare della paura il motore di ricerca per le soluzioni ai problemi della nostra vita. Il Signore non si offre come garanzia di fronte ai mali, non ci inganna con la falsa promessa di mettere tutto a posto; non ci offre neppure soluzioni provvisorie e a breve termine che possano gratificare i nostri bisogni essenziali: sarebbe troppo poco. Non ci viene venduta una soluzione consolatoria e provvisoria ma qualcosa di più grande e definitivo: la proposta di una perseveranza che genera salvezza per sempre e la prospettiva che tutto il bene realizzato nella nostra vita non sarà rovinato e perduto. Siamo invitati a perseverare nella convinzione che lui è la via da seguire proprio nel momento in cui siamo chiamati ad affrontare le nostre paure.

Nemmeno un capello della nostra testa andrà perduto se avremo il coraggio di fidarci di una parola che sa essere più forte perfino dei legami di sangue. Questo dobbiamo ricordarci sempre, secondo il vangelo, proprio a partire dai momenti in cui viviamo in tranquillità e pace perché altrimenti, quando saremo di fronte alle realtà che cercheranno di divorarci generando paura nel nostro cuore, finiremo per perderci.

Chi, dieci anni fa, prendendo parte a un concerto nel locale del Bataclan a Parigi, avrebbe potuto pensare di trovarsi, proprio in quel momento, di fronte alla possibilità di perdere la vita? Chi muore a motivo dell’ingiustizia sarà salvato, lo dice la storia del crocefisso, l’unico giusto che morendo in croce porta con sé tutti coloro che muoiono a causa dell’ingiustizia, ma a cosa servono queste disgrazie se non ai vivi, per destarli dal loro torpore e farli uscire dalle proprie paure?

A cosa serve stare di fronte allo spettacolo del male se poi finiamo anche noi per sceglierlo, cedendo alla paura o all’indifferenza? La mamma di Valeria Solesin, morta proprio al Bataclan, in un’intervista rilasciata in questi giorni, ha affermato di non aver ceduto all’odio anche se continuamente attraversata dal dolore di una perdita incolmabile: ha continuato a vivere, e come lei, tanti altri testimoni ci insegnano che perseverare vuol dire continuare a credere alla vita oltre la paura di perderla e che perseverare in lui significa essere convinti che perfino i nostri capelli saranno custoditi per sempre dal suo amore.

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