Doglie – Lc 21,20-28
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna non tornino in città; quelli infatti saranno giorni di vendetta, affinché tutto ciò che è stato scritto si compia. In quei giorni guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
Sembra la descrizione di un quadro che purtroppo si ripete sempre. Anche nei nostri tempi. Sembra il “Guernica” di Picasso. Ci aspettavamo da Gesù una parola di conforto e consolazione e invece sembra aggiungere ansie e paure a quelle che già si sono radicate nei nostri cuori. Sembra darle ragione. Già siamo in fuga e corriamo così tanto che non riconosciamo più la direzione che abbiamo preso e chi scappa accanto a noi… già siamo intontiti da tante paure e da tante angosce e facciamo fatica a governare questo malessere e questo smarrimento. Questa totale precarietà ci fa sentire accerchiati da ogni parte da un senso di totale impotenza. Avvertiamo che ci mancano le forze e il fiato per sfuggire ai pericoli, per scamparcela.
Almeno tu, Gesù donaci qualche briciola di luce a questa fatica quotidiana che ci toglie la pace e che ci condanna a una vita grigia.
Sembra un quadro scuro eppure è il più luminoso di tutti. Perché non parla di una catastrofe ma di un travaglio. Non descrive un finimondo ma un parto. Viene descritto l’inizio di una realtà che si affaccia. Di una realtà che viene al mondo. È una luce su tutte le nostre sofferenze che noi giudichiamo sempre inutili e oppressive e invece sono doglie. È vita che riappare. Nuova.



