Il ladro

Il ladro

Iniziamo il nuovo anno liturgico in compagnia del vangelo di Matteo con un brano complicato e ricco di suggestioni (Mt 24,27-44). La prima domenica di Avvento ci presenta alcuni versetti presi dagli ultimi discorsi di Gesù prima dell’inizio del racconto della Passione: il tono è quello apocalittico, un continuo ritornare sul tema del compimento e dell’attesa che realizza questo compimento nella venuta del Figlio dell’uomo. Sembra un paradosso iniziare l’anno liturgico e il periodo che ci porterà al Natale con discorsi di questo tipo, eppure la saggezza della Chiesa ci rimanda alla necessità di saper leggere i tempi per diventare capaci di cogliere una venuta che si realizza sempre al di fuori della nostra immaginazione.

Il vangelo di questa domenica ci spinge a fare i conti con una tendenza propria dello spirito umano, quella di assuefarsi a ciò che lo circonda: ai tempi di Noè, come oggi, sperimentiamo l’incapacità di vivere la quotidianità con consapevolezza, preferendo adottare un sistema di difesa che ci porta a vivere l’oggi in apnea, lasciando che siano gli eventi a guidare le nostre giornate. Ci lamentiamo dei ritmi frenetici e del tempo che ci sfugge continuamente tra le mani, ma viviamo nell’illusione che proprio il fare che spesso viviamo con ansia, sia ciò che restituisce senso alla nostra quotidianità.

Nell’immagine del diluvio non viene evocata soltanto la possibilità di una realtà epocale che sconvolge una società o il mondo intero, viene richiamata anche la possibilità, molto più concreta, di quel perdersi personale che prima o poi tocca la vita di tutti. Proprio tutti possiamo essere travolti dal diluvio senza accorgercene. Proprio tutti possiamo fare esperienza di qualcosa che ci sommerge nel momento in cui ci sentiamo abbandonati all’indifferenza di fronte a qualcosa che non riusciamo a gestire e a vivere.

Uno verrà portato via e l’altro lasciato: dietro a questa espressione così indecifrabile non c’è il desiderio di fare crescere ansia e preoccupazione, né tanto meno, la volontà di suscitare paura nei confronti di qualcosa che può colpirci all’improvviso. C’è soltanto la considerazione che ciò che fa la differenza non è quello che facciamo. Chi è infatti il fortunato, se così possiamo dire, quello che viene preso o quello che viene lasciato? La donna che continua la propria attività alla mola o quella che viene portata via? Impossibile dirlo con certezza. L’unica affermazione certa che interessa all’evangelista è quella relativa al fatto che sicuramente il Signore verrà e che da questo arrivo, o meglio da come ci poniamo in attesa rispetto a questo arrivo, dipende la qualità delle nostre giornate. Perfino la possibilità di fare bene o male quello che stiamo facendo trova una sua ragione nell’essere capaci di vigilare, perché ciò che orienta davvero la nostra esistenza è quando scopriamo che siamo capaci di attendere qualcuno. Per chi faccio quello che sto facendo? Questa è la domanda che caratterizza la vita adulta e la vita del credente. Dove questa domanda viene meno, la nostra vita si assopisce e perde di sapore e consistenza: tutto rischia di passare sopra le nostre teste senza che ce ne accorgiamo: perfino i bisogni primari che dovrebbero tenerci attaccati alla vita vissuta rischiano di diventare trappole dell’abitudine.

L’Avvento inizia con una parola che ci spinge a recuperare il valore dell’attesa: vivere senza attendere qualcuno, senza scegliere di orientare la nostra vita all’incontro, ci proietta verso un’esistenza priva di consapevolezza.

La crisi di natalità che sta toccando in maniera evidente il nostro paese, come ricordato dal recente discorso del presidente Mattarella agli stati Generali della Natalità e da tutti i rilievi dell’Istat, riguarda numerosi risvolti sociali, ma può essere letta anche a partire da queste considerazioni: un paese incapace di attendere il bello e il buono di un incontro che viene dal futuro e che lo proietta verso il futuro, vive delle proprie paure e, come il cane che si morde la coda, ritorna alle proprie paure. Vivere in questo modo vuol dire lasciare entrare il ladro in casa e farsi portare via ciò che abbiamo di più prezioso: il gusto per la vita.

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