Torcia olimpica

Torcia olimpica

La fiamma olimpica è stata accesa e sta percorrendo tutte le province italiane in attesa di arrivare a destinazione il giorno dell’apertura ufficiale delle olimpiadi invernali di Milano-Cortina: siamo abbastanza scafati da riconoscere il vero significato di queste manifestazioni nel mondo contemporaneo, dove il denaro è e rimane il motore principale, però saremmo disonesti a non voler considerare il valore ideale e simbolico che ancora rimane dietro a questi avvenimenti. In questo caso, il passaggio di testimone tra un portatore e l’altro, dice di un desiderio condiviso, parla di una fraternità realizzabile, lascia intravedere la possibilità di costruire consenso attorno a un grande avvenimento sportivo che però può veicolare anche messaggi di pace: l’iniziare a invocare la tregua olimpica come possibilità di fare tacere le armi, ricorda a tutti che esistono anche altri strumenti per risolvere i conflitti e canalizzare in maniera differente la violenza.

Il passaggio di testimone ci aiuta a riflettere sulla dimensione del legame umano: l’umanità sussiste solo nella prospettiva di un reciproco lasciarsi spazio, tra i popoli in orizzontale e le generazioni in verticale, lungo la linea del tempo: cedere a qualcun altro perché a tutti sia data la possibilità di arrivare a destinazione per quanto possibile e in maniera compiuta. Giovanni il Battista, nel brano di questa seconda domenica di Avvento (Mt 3,1-12), viene descritto dall’evangelista Matteo proprio come l’uomo del testimone: veste e si nutre come un profeta; parla come un profeta, tanto da apparire come la concreta attuazione di quello che Isaia ha descritto. Giovanni non parla di sé ma annuncia altro: l’arrivo di qualcuno più grande di lui a cui dovrà cedere il testimone perché porti a compimento la missione della diffusione della Parola tra le genti. Giovanni, però, per fare questo, ha dovuto accogliere il testimone dalla tradizione che lo ha preceduto: la sua predicazione e la sua chiamata alla conversione è credibile perché fondata sul linguaggio dei profeti che ne hanno preparato la via, ma non si limita a ripetere semplicemente parole già dette: a quelli che gli chiedono il battesimo di conversione ricorda che questo rito non segna l’ingresso in un popolo di eletti, non sancisce una qualche appartenenza. Giovanni ha compreso che appartenere a un popolo eletto significa fare davvero frutto della propria conversione: si diventa figli di Abramo perché si sperimenta un processo di conversione continua che produce gesti nuovi, un modo nuovo di stare in relazione con gli altri. Stare in questa dinamica continua di conversione, allora, diventa anche per noi il modo migliore per fare il nostro pezzo di strada con il testimone in mano.

Giovanni sa di dover fare tutto questo a partire dalla cura che mette nella propria missione: il tragitto è segnato, a lui spetta di fare strada nel deserto, ma anche a noi spetta di fare un tratto di strada, quella che abbiamo davanti così com’è, sapendo però che qualcuno ci attende per darci il cambio e per avere l’occasione di realizzare la propria missione.

Anche Giovanni, che pure ha compiuto un tratto di strada più lungo e faticoso di tutti noi, non ha compreso tutto del cammino e, pur riconoscendo la straordinaria grandezza di chi verrà dopo di lui, ne parla attraverso le uniche immagini che conosce. Sicuramente immagini parziali e forse, a tratti perfino equivocabili, ma di grande effetto: siamo destinati a passare il testimone della nostra vita a colui che li accoglierà tutti e che sarà la fine del viaggio, colui che accenderà il braciere con un fuoco che distruggerà il male per rendere pura ogni cosa, colui che separerà il male dal bene e farà splendere per sempre il fuoco della vita.

La nostra missione è quella di percorrere il nostro tratto di strada cercando di mantenere accesa la torcia della fede per riconsegnarla a lui. Le olimpiadi vere si iniziano a giocare qui, sulle strade della vita dove Giovanni, in questo tempo di Avvento, ci ricorda che dobbiamo portare con coraggio il nostro testimone riconoscendo di avere continuamente bisogno di conversione e cambiamento.

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