Spirito e Cuore
La IV domenica del tempo ordinario, anno A, ci mette davanti al ritratto dell’uomo compiuto secondo la prospettiva di Dio: Gesù nel presentare le beatitudini (Mt 5,1-12) traccia in realtà il proprio autoritratto, offrendo a ciascuno la possibilità di riconoscere anche in se stesso un possibile tratto comune da condividere. Le beatitudini rappresentano pertanto il piano programmatico di quello che Gesù è e andrà a realizzare, ma allo stesso tempo ci svelano anche le possibili vie offerte all’umanità su cui poterlo incontrare. Gesù è beato perché vive pienamente quello che annuncia, noi possiamo diventarlo se accettiamo di metterci in cammino almeno lungo una delle direttrici che lui ci offre.
Riuscire ad approfondire quello che le beatitudini ci offrono in un breve commento è addirittura irrispettoso della ricchezza straordinaria di questa pagina evangelica: forse sarebbe più opportuno fermarsi in silenzio e assumere un atteggiamento contemplativo di fronte al volto di Gesù che si svela dentro a queste parole. Ripercorrere ogni beatitudine associandola a un volto e a un nome, a una categoria di persone, a una pagina di storia, ad una situazione particolare del nostro tempo e pensare che tutte queste realtà sono contenute nel volto e nella storia di Cristo può essere il modo più significativo per rendere efficace anche in noi questa parola.
Dovremmo solo provare a ripercorrere lentamente le parole di Gesù lasciandole entrare in noi, confrontandole con le tante immagini di pianto e dolore che scorrono quotidianamente sui nostri schermi, per iniziare a sentirci più umani. Dovremmo ripercorrere le beatitudini mettendole a confronto con l’infelicità che nasce dalle facili soluzioni che la politica del più forte ci offre quotidianamente, per riconoscere che abbiamo tutti bisogno di recuperare la nostra umanità. In fondo, nelle beatitudini, ci viene proposto un modo di abitare la nostra vita che ci renda felici anche nelle difficoltà, perfino nel pianto. Se è vero che a prevalere sono le forme verbali al futuro, è altrettanto vero che la prima beatitudine si apre con una conseguenza al presente: per i poveri di spirito è il regno dei cieli. Quello che Gesù è venuto a consegnare è proprio l’accesso ai cieli attraverso un regno che si realizza sulla terra, dove uomini e donne riconoscono di essere poveri e bisognosi di un nuovo atteggiamento spirituale che ne trasformi l’esistenza: il povero di spirito è colui che concepisce se stesso in termini di gratuità e non di possesso. Non si tratta certo di un atteggiamento intimistico o individualista, infatti tutte le beatitudini successive chiedono atteggiamenti concreti e pratici capaci di esplicitare un modo nuovo di stare nel mondo e dentro alla storia. Il fascino delle beatitudini sta proprio qui, in questo continuo alternarsi di atteggiamenti da assumere e gesti concreti da compiere: in fondo Gesù ha vissuto la propria esistenza proprio così, trasformando atteggiamenti in fatti e gesti che hanno cambiato la vita di chi gli stava attorno. Le beatitudini sono un invito aperto ad agire nel mondo chiedendo per sé la trasformazione del cuore: solo attraverso un cuore puro diventa possibile vedere Dio, riconoscerlo negli altri e sentirne la presenza dentro alla nostra vita. Di tutte le beatitudini, proprio quella della purezza del cuore mi pare la più difficile da spiegare e forse anche da vivere, proprio perché così radicale da avvicinarci alla visione di Dio. I puri di cuore sono coloro che hanno fatto i conti con gli idoli, sono coloro che vivono della semplicità che nasce dal darsi senza riserve: coloro che hanno un cuore puro hanno anche una vista luminosa e sono capaci di vedere il bene senza cedere alle false prospettive del male. I puri di cuore non sono sospettosi e si fidano della vita, non sono ingenui e proprio per questo sanno da dove è bene ripartire anche quando sembra chiudersi una porta. I puri di cuore sanno di dovere chiedere di essere mantenuti in questo stato: lo sono, proprio perché poveri in spirito. Senza nulla togliere alle altre beatitudine mi sembra di intravedere in questo legame tra povertà di spirito e purezza di cuore il nodo attorno a cui costruire un cambiamento vero per questo nostro tempo malato di superbia e ingordo di sopraffazione.



