Palco e ordine di uscita
Le prime pagine dei giornali di questi giorni sono piuttosto sconcertanti e imbarazzanti: proprio oggi, sabato 28 febbraio, si passa dal nuovo fronte di guerra in Medio Oriente alla superficialità del Festival di Sanremo come se bastasse spostare l’attenzione da un evento tragico a uno leggero per ottenere un effetto trasfigurazione sulla realtà. Non si tratta di fare quelli con la puzza sotto al naso che non riconoscono l’importanza di un evento di costume che ha sicuramente presa sulla quotidianità delle persone, ma non si possono mettere tutte le cose sullo stesso piano. Forse molta confusione, oggi, nasce proprio da qui, dalla difficoltà di stabilire priorità, dall’incapacità di riconoscere che ci sono cose e fatti oggettivamente molto più importanti di altri rispetto all’incidenza che possono avere sulla vita delle persone. Dare pari dignità di copertura informativa a un Festival della canzone e all’inizio di una nuova e devastante guerra mi pare una sproporzione intollerabile: non si aiuta, in questo modo, una visione intellettualmente onesta delle cose; si rischia solo di complicare il giudizio sulla realtà. Non basta nascondersi dietro alla scusa che la gente è stanca e non vuole solo brutte notizie, oppure al fatto che alle persone bisogna dare le notizie che cercano e assecondare i loro desideri: questo modo di procedere finisce per mascherare una realtà che chiede invece di essere presa sul serio.
La seconda domenica di Quaresima (Mt 17,1-9) ci presenta l’episodio della Trasfigurazione, il momento in cui Gesù, sul monte, dopo aver parlato delle condizioni per poterlo seguire e avere annunciato la realtà della croce, si manifesta nella pienezza della sua divino-umanità: i discepoli che lo hanno accompagnato lo vedono circonfuso di luce, in dialogo con Mosè ed Elia, nella pienezza della sua condizione di Figlio amato, come di lì a breve confermerà la voce del Padre dal cielo. Un momento importante, fondamentale, del cammino verso Gerusalemme e la croce: un passaggio che lascia intravedere quale sarà il destino di chi vive da Figlio, senza però sviare dalla realtà di un percorso che necessariamente chiede di passare dal dono della vita. Non un momento per mascherare la realtà o raccontarne una diversa, ma un passaggio per ritornare al mondo con la consapevolezza necessaria di chi lo vuole abitare davvero.
Le apparenti trasfigurazioni che il mondo ci offre, in realtà, sono meccanismi di assuefazione destinati a distoglierci dalla realtà: il modo migliore per renderci deboli e fragili e quindi anche facilmente manipolabili. Il vangelo, invece, ci lascia intravedere uno spettacolo straordinario per farci capire quale sia il destino ultimo della nostra vita: dentro a un cammino di provvisorietà che non va negato ma preso sul serio, abbiamo la possibilità di imparare a leggere la realtà accogliendola in tutte le sue contraddizioni e fatiche, senza però perdere di vista il bene ultimo a cui siamo consegnati. Dopo aver sentito la voce dal cielo e dopo aver sperimentato un grande timore, i discepoli vengono toccati da Gesù, rimessi in piedi e riaffidati al cammino della vita: rimangono con Gesù, solo. Non serve altro per ritornare nel mondo con lo sguardo giusto.
Anche noi abbiamo bisogno di rimanere soli con Gesù per rimettere a posto le cose della nostra vita, per rimettere ordine nelle priorità che ci riguardano e acquisire uno sguardo capace di leggere in maniera davvero trasfigurata anche le prime pagine dei quotidiani.
Perfino il palco di Sanremo può avere un significato a patto che trovi la sua giusta collocazione e il giusto ordine di uscita rispetto alle priorità della vita.



