Tigri e pazienza – Mt 5,13-16

Tigri e pazienza – Mt 5,13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».


Quando avevo circa 5 anni mi ero messo il chiodo fisso, in testa, di diventare un grande pittore. Non so che cosa mi avesse ispirato particolarmente per dedicarmi anima e corpo a questa nuova carriera, ma tant’è che rovistai tra i libri di mio fratello più grande e ne trovai uno che parlavo del disegno degli animali. Ovviamente, non volevo imparare la tecnica – troppo noiosa! – e quel libro faceva al caso mio: mostrava in pochi passaggi come disegnare la testa di una tigre, la zampa di una tartaruga e cose così. Non ascoltai nemmeno i consigli di mio fratello e mi applicai parecchio, ma non ottenni altro risultato che qualche quadrato deformato e tremolante, che nessuna tigre avrebbe scambiato per la propria testa.

Deluso, abbandonai i sogni di pittore e non volli più metterci mano. Sono convinto di aver fatto bene, ma il punto non è questo. Il vangelo di oggi ci dice che cos’è la morale cristiana. Non si tratta di uno sforzo personale di carità verso gli altri, né, d’altra parte, di un fardello che portiamo addosso del tipo “dobbiamo essere buoni”. Il cristiano non è buono perché è bravo, né perché ne è capace. Non siamo dei disegnatori che vogliono improvvisamente diventare Michelangelo, senza imparare nulla né fare scuola: la carità cristiana, il cuore della vita del discepolo di Gesù, non è un magia, come imparare a disegnare dal nulla.

La vita di servizio che ogni cristiano è chiamato a camminare è invece una testimonianza, una luce che poniamo in alto, nella stanza della nostra vita, ma che non siamo stati noi ad accendere. Serve la pazienza di cogliere e percepire l’amore che ci è stato dato, per poterlo vivere nei confronti degli altri. Altrimenti, se così non fosse, dovremmo davvero essere dei superuomini, dei Michelangelo della carità, per potere dare la vita per i nostri fratelli.

No: possiamo dare la vita agli altri perché qualcuno ci ha dato sapore, ci ha dato luce, ci ha dato la libertà di vivere per gli altri. Allora la morale cristiana non diventa uno sforzo personale, dal nulla, ma una trasmissione, un dare ciò che si è ricevuto, un far circolare il bene che è nei nostri cuori. Diventa il senso di una vita ben spesa.

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