Cosa desideri? – Lc 12,35-38
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».
Gesù si rivolge ai suoi discepoli e consegna loro alcuni insegnamenti preziosi.
Le parole del Nazareno si posizionano, ogni volta, su un livello fondamentale, al punto che, ad ogni pagina di vangelo, la nostra prima domanda dovrebbe essere quella relativa al genere letterario. Che testo è quello che abbiamo sottocchio? A quale profondità Gesù ci chiede di seguirlo?
Ci invita a seguirlo nelle profondità del mistero di noi stessi, nel cuore della vocazione a vivere, sperando di scorgere la sorgente della vita dentro di noi, quel cuore pulsante che la scienza della psiche chiama desiderio.
Questo è il centro sul quale il vangelo di Gesù investe molta attenzione. Come a dire: dimmi qualcosa del tuo desiderio… Cosa desideri davvero? Se non attendo niente sono già morto dentro di me perché vivere è attendere qualcosa, qualcuno che ci strappi dal cinismo di vivere, dal ripiegamento su noi stessi, dalla vita triste.
Noi siamo chiamati ad essere beati, come dice il testo. Beati, cioè umani veramente, collegati con la sorgente umana-e-divina che è il nostro autentico e originario immenso tesoro.
Vivere collegati con segreto del vivere, che si manifesta nel concreto dell’esistenza, come un padrone che torna a casa e trova i suoi amici ad aspettarlo, ad aprirgli la porta. Questa è beatitudine: saper aspettare e saper fare festa: due realtà da non dare per scontate e ordinarie.



