Attesa e fatica

Attesa e fatica

Sono giorni complicati, giorni in cui siamo sempre in attesa di qualcosa: aspettiamo che sia emanato un nuovo decreto per poterci organizzare, rimaniamo in ascolto dei dati sui contagi per poter coltivare la speranza, perfino l’esito delle elezioni americane pare in bilico generando la spasmodica attesa di dati chiari e certificati. Anche i fatti di cronaca nera, purtroppo, sembrano instillare la sotterranea convinzione che prima o poi qualcosa di spiacevole tornerà ad accadere, perfino in luoghi  solitamente ritenuti sicuri, basti pensare all’ultimo attentato di Vienna.

La tensione dell’attesa e il dover rincorrere sempre e comunque l’attesa di qualcosa, genera una stanchezza profonda: viene voglia di lasciarsi andare, di farsi prendere dal sonno e di chiudere gli occhi nella speranza che prima o poi tutto, qualsiasi cosa possa essere, passi.

L’immagine che ci suggerisce il Vangelo che ascolteremo domenica prossima (Mt 25,1-13) è quella delle dieci vergini che, di fronte all’attesa dello sposo, si addormentano, tutte, nessuna esclusa.

Perfino l’attendere qualcosa di buono e positivo può appesantire le nostre giornate, addirittura aspettare qualcuno che porta la notizia di una festa o che è il motore della festa stessa, può diventare snervante se le nostre aspettative vengono disattese.

Cosa c’è che non va, allora? Siamo fatti male e per questo non riusciamo a tollerare la frustrazione che genera il tempo che passa, senza realizzare nell’immediato ciò che ci aspettiamo? Oppure il problema è un altro?

Di solito quando debbo aspettare il mio turno, magari in fila dal dottore, se non mi ricordo di prendere l’appuntamento, mi porto dietro qualcosa da leggere, come in treno del resto. Mi fa bene leggere, anche se non mi evita il rischio di addormentarmi: mi aiuta a frequentare altre immagini che non siano quelle della stretta attualità, mi fa riprendere fiato, allarga il mio pensiero a mondi e situazioni diverse dalle mie.

Se mentre cerco di scrivere qualcosa e di terminare un lavoro, rimango in attesa dell’idea risolutiva senza che questa arrivi, allora è il momento di fare una passeggiata, smettendola di macerarmi nell’inutile attesa dell’illuminazione. La soluzione arriverà, magari però sotto a un albero o sul ciglio della strada e non alla scrivania con lo sguardo appannato davanti al computer.

Che dire poi della snervate fatica provata durante gli allenamenti sportivi, quegli allenamenti in cui continui a ripetere sempre le stesse cose e che, terminando a sera, ti portano dritto nel letto cercando ristoro per le affaticate membra?

La nostra vita è fatta di attese: ciò su cui possiamo incidere grazie alle nostre decisioni, non è la fatica che tutti, prima o poi, sentiremo, ma le modalità attraverso cui proviamo ad abitare l’attesa.

Cinque vergini, oltre alle lampade, prendono l’olio per tenerle vive, le altre no: tutte comunque sentono la fatica dell’attesa e si addormentano. Questo è un dato connaturale al nostro essere.

Perché preoccuparsi del sonno e della fatica che ci assale? Dovremmo occuparci di più di come saremo al momento del risveglio, se e come, saremo pronti ad affrontare cosa o chi ci verrà incontro.

In una prospettiva un po’ malata e ansiogena il tempo dell’attesa può essere frequentato nella convinzione che passi il più velocemente possibile, magari riempiendosi di informazioni per capire come andranno le cose e se andranno come ci aspettiamo. L’attesa però è fatta di tempo che, come sempre nella vita degli uomini, chiede di essere vissuto: l’olio per le lampade è fatto di gesti, azioni, pensieri e relazioni concrete e vitali.

L’ansia di questi giorni non può farci vivere solo di stanchezza e false speranze. Non possiamo perdere di vista la concretezza della vita: la bellezza del lavoro, il gusto delle relazioni, la necessità del silenzio abitato da una Parola che non ci appartiene.

Possiamo decidere come riempire questo tempo evitando di lasciarcelo riempire fino allo sfinimento: l’esito sarà differente al momento del risveglio. Quando ci riprenderemo dalla fatica e dal torpore del sonno, avremo olio da mettere nelle lampade, cioè sapremo esattamente da dove ripartire.

Tormentarsi nell’attesa che qualcosa finalmente accada è il modo ggmigliore per buttarsi via, per scoprirsi ad un certo punto vuoti e bisognosi di tutto.

Ci sentiamo tutti un po’ malati in questi giorni: la tentazione potrebbe essere quella di addormentarsi e basta, aspettando tempi migliori. È difficile credere però che possano arrivare tempi migliori se oltre a cedere alla fatica, inizieremo anche a pensare che non esistano cure o che per ggsanare gli strappi dell’anima ci si possa affidare alle terapie più improvvisate e spericolate.

Diamoci il tempo di non rinunciare a cose che oggi potrebbero apparire superflue e magari stancanti, ma che potrebbero rivelarsi fondamentali. Non rinunciamo a sentirci chiamati in causa rispetto alla responsabilità che ciascuno è invitato a vivere per sé e per gli altri. Adesso è il tempo per mettere via olio buono.

Non rinunciamo a fare qualcosa di bello, qualcosa che ci appassiona da sempre e che ci rende la vita più amabile: non è fatica inutile, è olio per la nostra lampada.

Non rinunciamo a prenderci cura di qualcuno, come meglio possiamo, non è tempo sottratto a noi stessi, è olio per la nostra lampada.

Non rinunciamo a vivere al meglio il nostro lavoro, la nostra professione, il nostro studio: è la prima cosa che dobbiamo continuare a fare con sempre maggiore convinzione; non è tempo sprecato, è olio per la nostra lampada.

Ma soprattutto non smettiamo di coltivare l’attesa che la nostra esistenza possa essere orientata all’incontro con qualcuno e che questo incontro possa essere la porta di accesso ad una comprensione vera della nostra condizione: siamo persone fragili, a volte incapaci di rimanere sveglie di fronte a realtà molto più grandi di noi, altre volte impossibilitate a farlo per fattori esterni, indipendenti da noi. Eppure non smettiamo d’essere persone capaci di scegliere il senso da dare alla fatica che compiamo quotidianamente.

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