Il viaggio di Natale

Il viaggio di Natale

Non ho voglia di leggere i giornali in questi giorni e neppure di scorrere le notizie su qualche sito o ascoltarle alla radio. Ho voglia di silenzio e di pensare a tutti quei luoghi dimenticati che Papa Francesco ha ricordato nella sua preghiera di Natale: un elenco lungo e dettagliato delle sofferenze del mondo, un viaggio per il quale nessuno sarebbe disposto a comprare il biglietto.

Mi sono chiesto se non fosse un promemoria un po’ indigesto per un Natale in cui siamo tutti alle prese con qualche problema in più del solito. A pensarci bene non è solo indigesto, ma anche francamente irritante. Perché ricordare a gente che sta male che c’è gente che sta peggio? Questo può aiutarci ad alleviare qualche dolore e a vivere meglio il Natale? Ma soprattutto, pregare per gente lontana che vive in luoghi che a malapena sappiamo rintracciare su una qualche carta geografica, in che modo potrebbe alleviare le loro sofferenze?

Mi sono accorto che la questione appare più seria di quanto non sembri: in gioco non c’è solo una generica attenzione agli ultimi e agli esclusi, o una qualche forma di adesione a una condizione di fragilità che ci accomuna tutti. In gioco c’è il valore della preghiera e la consistenza di ciò che crediamo.

Il bambino che nasce in una mangiatoia, secondo i racconti dell’evangelista Luca, nasce ai margini di una storia che sembra non interessarsi a lui, in un momento in cui tutti sono occupati ad assecondare le richieste del potente di turno, quel Cesare Augusto che ha appena indetto un censimento per dimostrare tutta la sua forza e la grandezza del proprio dominio sulla terra.

Nascere in una provincia del tutto periferica rispetto all’organizzazione politica romana non sembra essere una strategia comunicativa vincente: affidare poi l’annuncio di questa nascita a degli sbandati, pastori prezzolati e malandati, conferma l’incapacità totale di Dio di servirsi di un buon ufficio stampa. Possiamo anche credere che personaggi di scarsissima cultura e formazione possano lasciarsi impressionare dall’arrivo di qualche angelo svolazzante, ma pensare che tali personaggi rimangano stupiti nel vedere un bambino appena nato e riconoscano in lui il segno atteso dalle profezie… mi sembra un po’ eccessivo. Se penso che il Vangelo rincara la dose aggiungendo che «i pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, come era stato detto loro» (Lc 2,20), mi viene quasi da sorridere per la loro faciloneria e credulità. In fondo, cos’hanno visto? Un bambino e due genitori, poveri e soli, nulla di più.

Nulla di cui stupirsi.

Forse il problema sta proprio qui, nel fatto che ormai non ci stupiamo più di niente. Pensiamo di essere totalmente preparati a ogni evenienza e, dopo aver vissuto anche una pandemia, ormai, siamo convinti di averle viste proprio tutte e che niente possa sorprenderci davvero.

Dio invece si lascia sorprendere. E rimane stupito dal fatto che al mondo possano esserci così tante persone che soffrono e spesso ingiustamente: è come se, per la sorpresa, si lasciasse convincere a entrare in questa storia di sofferenza per capirne fino in fondo il significato dal punto di vista degli uomini. Partire dal basso, da una infanzia ai margini e in condizione di precarietà, è l’unico segno che Dio ha a disposizione per toccare la storia di ciascun uomo con verità.

Probabilmente è proprio questo quello che hanno percepito i pastori: che ci fosse finalmente un Dio convinto ad assumere anche la loro storia e non soltanto quella dei ricchi e dei potenti. Un Dio finalmente credibile, talmente credibile da non escludere neppure i ricchi e i potenti.

L’incarnazione è la questione cardine della nostra fede: bene ha fatto allora il Papa a ricordarci che non esiste un Natale fuori dalla storia, un Natale che non incontra per primi i pastori di ogni tempo e che può essere davvero capito e accolto solo attraverso di loro e l’annuncio che passa attraverso di loro.

Bene ha fatto Francesco a invitarci a pregare per le realtà martoriate del mondo, perché soltanto la preghiera assidua ottiene come dono il cambiamento del cuore e permette ai credenti di crescere nella speranza, anche di fronte a ciò che sembra impossibile.

Senza speranza il mondo muore e il motore di ogni speranza per un credente è la preghiera: la preghiera ha il potere di rinsaldare gli animi anche a distanza di migliaia di chilometri, ma ha soprattutto il potere di rigenerare ciò che sta dentro di noi, quel cuore che, se perde la misura infinita della possibilità di amare, si atrofizza fino a diventare incapace di amare anche chi gli sta vicino.

La sfida di ricordare nella preghiera le sofferenze del mondo è una sfida che può essere raccolta da chi crede davvero nell’incarnazione e da chi pensa che pregare sia sempre un’azione sulla storia e mai semplicemente una questione di parole e di sentimenti astratti.

Forse in questi giorni non abbiamo bisogno di rimanere in attesa di chissà quali notizie, forse abbiamo solo bisogno di stare un po’ più in silenzio e di riscoprire il valore straordinario della preghiera, per entrare con maggiore profondità in questa nostra storia e amarla un po’ di più.

Alla maniera di un Dio che si lascia sorprendere e si riscopre bambino in una mangiatoia.

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