Non ancora

Non ancora

Ci sono notizie che passano del tutto inosservate perché si radicano nel quotidiano e sembrano non incidere minimamente sugli sviluppi della vita: siamo tutti convinti che una notizia, per essere tale, debba segnare uno scostamento, una cesura di qualche tipo dalla realtà. Altrimenti perché dovrebbe interessare?

L’evangelista Marco ci racconta l’inizio della predicazione di Gesù come qualcosa di normale (Mc 1,14-20): la notizia è l’arresto di Giovanni, ma il fatto che Gesù vada per la Galilea proclamando il Vangelo e invitando alla conversione, pare abbastanza scontato; qualcuno prima di lui lo ha già fatto.

Passando lungo il mare di Galilea, Gesù vede Simone e Andrea, due pescatori: chi avrebbe potuto incontrare lungo le rive di un lago se non due pescatori? Stanno gettando le reti, stanno facendo quello che è normale che facciano, infatti sono pescatori e per vivere devono lavorare. Dentro a questa assoluta normalità si inserisce una chiamata sorprendente e originale: non un invito a negare la realtà, ma a guardarla per quello che potrebbe realizzarsi e che ancora non è.

Ogni vera chiamata alla vita è un riconoscere dentro a quello che già siamo e viviamo una eccedenza che ancora non conosciamo ma che qualcuno ci lascia intravedere: per scoprire davvero quello che potremmo diventare c’è bisogno di partire da quello che siamo. La chiamata di Gesù è credibile perché prende sul serio la realtà che Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni stanno vivendo: sono pescatori e quello rimarranno per sempre.

Ciò che noi facciamo e siamo diventati non dice però l’interezza della nostra vita. Sottolinea soltanto un punto fermo da cui possiamo partire e che è bene mettere a fuoco, ma lascia aperta la prospettiva verso un cammino di pienezza che è sempre davanti a noi: la vita del credente dovrebbe essere stimolata di continuo dalla convinzione profondamente spirituale che il meglio deve ancora venire.

Quel «vi farò diventare pescatori di uomini» segna una traiettoria luminosa e possibile verso il futuro, non qualcosa di irrealistico, basato su quello che non c’è e che non è possibile, ma qualcosa di realizzabile a partire da una realtà che Dio sa vedere proiettata in avanti e non schiacciata sul passato. Negare il presente, rifiutarlo o mascherarlo dietro a irrealistici progetti futuribili non ha niente di saggio. Calarsi dentro alla propria realtà scoprendo che lì non c’è ancora tutto quello che sono chiamato a vivere ed esprimere è il modo più vero per aprirsi al futuro.

L’immediatezza con cui i quattro pescatori lasciano le reti e si mettono alla sequela di Gesù non esprime un azzardo o, come potrebbe pensare qualcuno, un atto di perentoria affermazione della propria volontà rispetto al lancio di una sfida: non si tratta di un salto nel buio, affascinante, eroico, ma pur sempre avventato. Non si tratta neppure dell’esito estremo di un freddo ragionamento che porta a intravedere possibili vantaggi rispetto a una condizione di vita comunque faticosa.

Siamo di fronte a una vera risposta a una chiamata: prendendoci sul serio per quello che siamo Dio ci chiama, ma allo stesso tempo lasciandoci intendere che non abbiamo ancora scoperto del tutto quello che potremmo diventare. Nello spazio di questo scarto si innesta tutta la serietà della nostra vita e, quando pare di averlo intuito, il subito non è mai fretta. Esso diventa responsabilità non più rimandabile.

Dentro a quello che stiamo facendo abbiamo bisogno di lasciare entrare questo subito per riscoprire la profondità della nostra vita: non abbiamo ancora scoperto tutto del nostro lavoro, del nostro studio; non abbiamo ancora scoperto cosa voglia dire essere pienamente figli, ma neppure cosa voglia dire vivere da genitori; non sappiamo ancora tutto dell’essere sposi, ma neppure dell’essere consacrati. Ci mancano le ragioni profonde del nostro essere bambini, giovani, adulti e poi anziani: ogni stagione della vita, per essere vissuta, ha bisogno di essere percepita come non definitiva pur tuttavia reale.

Immettere il subito di Dio nella nostra realtà vuol dire riconoscere che abbiamo bisogno di uno sguardo profondo e diverso sulle cose: uno sguardo che ce le faccia riconoscere per quello che sono ma che non ce ne faccia esaurire il senso nel modo in cui le stiamo usando e vivendo. C’è un di più che dobbiamo ancora scoprire nel cammino che ci separa da quel non ancora che giustamente attendiamo ma a cui dobbiamo andare incontro.

In questi giorni c’è una notizia che non troverete su nessun giornale e di cui non sentirete parlare: i cristiani vengono chiamati da tutte le chiese a vivere una settimana di preghiera per l’unità. Direte: ma che notizia è? Cosa c’è di strano nel fatto che i cristiani preghino per qualcosa che probabilmente non si realizzerà mai? È un po’ come pregare per la pace nel mondo: solo i bambini ci credono.

La notizia è che ci sono degli adulti che pur facendo i conti con la propria realtà di peccato e divisione, proprio a partire da qui, sanno di essere chiamati a diventare segno di riconciliazione e unità, sanno che nel proprio non-essere-ancora c’è tutto il senso del proprio cammino qui-e-ora.

Abbiamo bisogno di questa chiamata all’unità per ritornare anche noi sulle rive del lago di Galilea.

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