Tempio

Tempio

Il rapporto tra Gesù e il Padre è fatto di verità e libertà e non può essere condizionato da altro che non sia amore. Nel brano che ascolteremo domenica (Gv 2,13-25) ci viene descritto il Tempio di Gerusalemme pieno di cambiavalute e dei banchi dei commercianti di colombe e altri animali necessari ai sacrifici per il culto: queste cose, pur lecite e previste dalla legge, parlano di libertà e verità?

Secondo Gesù no, vista la reazione violenta con cui scaraventa tutto a terra invocando per quel luogo un ritorno all’originaria funzione di casa per l’incontro gratuito tra Dio e l’uomo. Ogni commercio, ogni scambio o traffico per ottenere qualche vantaggio sa di religiosità malata, frutto del bisogno umano di trovare forme di compensazione e sicurezza.

Il segno che Gesù offre con chiarezza per affermare un nuovo tipo di fede è la sua stessa vita: mentre tutti pensano che stia parlando della distruzione del Tempio, in realtà sta parlando di sé e della sua vita. Gesù propone se stesso come tramite per una piena e appagante relazione con Dio e invita ognuno a fare della propria vita il primo e principale luogo dove potersi incontrare davvero con il Padre.

Non ci sarà più bisogno di sacrifici, scambi, partite doppie, per vivere la pienezza dell’amore di Dio per l’uomo, perché l’alleanza definitiva viene sigillata da quello che Dio fa per l’uomo e non viceversa: leggere la Scrittura alla luce della parola di Gesù apre una prospettiva nuova e definitiva che illumina il cammino di ogni credente.

Non dobbiamo accaparrarci nulla, anzi dobbiamo imparare a liberarci da tutte quelle cose che ci tengono legati a una religiosità meschina e piccola, dovremmo lasciare che Gesù metta in discussione tutti i nostri banchetti e i nostri sistemi di equilibrio per iniziare a credere davvero.

Come mai preferiamo i nostri piccoli traffici quotidiani alla libertà del Vangelo?

Sembra incredibile ma è proprio così: le cronache di questi giorni ci parlano di traffici continui, gente che cerca di lucrare perfino sulle mascherine, sulla salute. Fantomatici intermediari che vanno in giro ad offrire partite di vaccini provenienti da chissà dove. Assistiamo poi al rincorrersi di lamentazioni continue e dove vediamo crescere solidarietà e vicinanza umana, vediamo però aumentare anche individualismo e ricerca spasmodica del guadagno personale. Siamo fatti così, sembra concludere il Vangelo: ci lasciamo prendere da facili entusiasmi per il bene, ma in realtà nel nostro cuore, siamo sempre all’opera per trafficare e ottenere qualche vantaggio. Gesù lo sa perché conosce quello che alberga nel cuore degli uomini, conosce il nostro innato desiderio di procurarci rendite di posizione, ma fortunatamente conosce anche come il ricordo delle realtà buone, il ricordo di tutto quello che richiama vita e risurrezione, può trasformare le situazioni, anche le più difficili e intricate.

Dovremmo fidarci un po’ di più di questa memoria e confidare un po’ meno in quello che sta attraversando il nostro cuore. Dovremmo imparare a cedere sempre meno alla prima impressione, a quello che sentiamo in un determinato momento e in una determinata situazione, per lasciare sempre più spazio a una fiducia vera basata sul ricordo del bene che ha segnato la nostra vita. Ci sono parole che curano la nostra anima ma che hanno bisogno di tempo per poterlo fare e hanno soprattutto bisogno di potersi specchiare nel ricordo dei fatti che hanno segnato in positivo la nostra storia.

Come i discepoli, dopo la resurrezione, ricorderanno i fatti del Tempio e le parole di Gesù e inizieranno finalmente a credere alla Scrittura, così anche noi siamo invitati a credere che sia possibile essere guariti dal malessere del cuore per tornare a sperare con fiducia in una vita che non ha bisogno di traffici per crescere, ma soltanto di quell’amore che circola continuamente tra il Padre e il Figlio.

Quando Gesù ci parla di un tempio che deve essere distrutto e che lui ricostruirà in tre giorni, ci invita a prendere sul serio la nostra vita nella sua interezza: ci invita non solo a riconoscere che la nostra interiorità è quel luogo che ha bisogno di essere continuamente ricostruito da lui per diventare stabile dimora del Padre, ma ci invita anche a prendere sul serio il nostro corpo nella sua materialità per restituirlo alla sua straordinaria dignità.

Non si cura la vita attraverso inutili traffici o pretendendo da Dio qualche sicurezza o qualche scambio. Non si cura neppure pensando di salvare soltanto il corpo o viceversa, ritenendo che, in fondo, conti soltanto l’aspetto spirituale. La vita, la nostra vita, ha bisogno di crescere tenendo insieme tutte le dimensioni dell’esistenza, riconoscendo nell’amore gratuito del Padre quel punto di equilibrio necessario che l’amore del Figlio continuamente ci manifesta. Solo così impareremo davvero a fare pulizia in noi, a tenere libero il tempio che siamo noi: sì, perché ognuno di noi è casa del Padre e non un folle e inutile mercato.

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