Vino di gran classe

Vino di gran classe

Oggi si parla di vino: proprio in questi giorni è uscita la classifica dei dieci vini italiani più pregiati dell’anno. Mi sono immaginato la soddisfazione dei produttori che vedono così riconosciuta la bontà delle proprie fatiche e del proprio lavoro: mi sono però anche chiesto che cosa possa spingere a produrre vini sempre più pregiati se non la convinzione di poterne trovare ancora uno migliore. Credo che non sarebbe davvero possibile rimanere a certi livelli di produttività se non nella convinzione che oltre all’annata straordinaria sia necessario individuare i processi migliori di vinificazione: come sarebbe possibile produrre un ottimo vino se non si credesse nella possibilità di produrne uno migliore l’anno successivo?

La seconda domenica del tempo ordinario anno C ci consegna un brano di straordinaria ricchezza: l’apertura dei segni del libro di Giovanni. Una pagina molto nota, ma talmente ricca di possibili riferimenti e piste di approfondimento umano e spirituale da risultare inesauribile. Basta solo pensare ai personaggi coinvolti: Maria, la madre che accelera la manifestazione del Figlio e che ritornerà sotto la croce, nel momento dell’ultimo e decisivo segno, diventando lei stessa segno della Chiesa che nasce; i discepoli, che all’inizio del brano sembrano semplici comprimari e che, invece, alla fine, sono chiamati credenti; i servi che, condotti da Maria a fidarsi di Gesù, diventano i primi custodi del segreto della trasformazione dell’acqua in vino e a pieno titolo i primi a prendere parte alla nuova opera di creazione che Gesù inaugura portando a compimento la prima settimana della sua missione; infine il maestro di tavola, uomo abituato a riconoscere il buono, uomo che sa gustare la vita, uomo che non può vivere da ubriaco perché alla ricerca del vino migliore.

Una vera e propria ouverture che ci presenta in breve tutto il tema del Vangelo: il primo dei segni che, proprio perché primo, diventa anche paradigma e modello necessario a spiegare tutti gli altri.

Gesù si presenta come il vero sposo di questa festa nuziale, colui che viene a prendere in sposa l’umanità che attende di essere trasformata, potremmo dire ri-creata, per raggiungere la pienezza della festa. Le sei anfore che avrebbero dovuto essere piene per consentire le abluzioni rituali prima del pranzo, raccontano di un’umanità che in quella casa non frequenta più la relazione con Dio: nel numero sei si esprime tutta l’imperfezione di una realtà incompleta, una realtà che in questo momento sta sperimentando aridità e vuoto. Ecco perché Gesù manda i servi a riempire proprio quelle anfore, per ricordare a tutti che è necessario ripartire da lì, dal nostro rapporto con Dio.

Ci viene chiesto di mettere acqua, cioè di fare bene quello che possiamo e di realizzare ciò che è alla nostra portata: ogni uomo può sentire l’importanza di riempire d’acqua le anfore per rimettere in piedi la relazione con Dio, se impara a dare credito alle parole di Gesù, quelle parole che, come sempre, ci rimandano all’essenziale. Come i servi siamo inviati a riportare al centro quello che in quella casa è stato relegato ai margini: il vino viene a mancare perché in realtà è venuto meno il rapporto con il Signore della vita. Maria si accorge di questa mancanza e chiede al Figlio di manifestarsi, pur sapendo che questo sarà l’inizio di un cammino doloroso per lei che vedrà Gesù donare la vita fino alla croce. La madre, che in quanto donna è parte dell’umanità, non può tollerare che esista una realtà infelice e vuota dove Dio viene messo ai margini, una realtà nata per essere festa, trasformata in triste palcoscenico dei rimpianti o peggio scandaloso teatro di recriminazioni e accuse.

Gesù è il vino buono di cui abbiamo bisogno per fare festa: non è soltanto colui che trasforma l’acqua in vino, è il vino stesso messo a disposizione perché in lui possiamo riconoscere che anche per la nostra vita il meglio deve ancora venire. Alleniamoci a riconoscere il vino buono, le cose buone presenti in noi e nei fratelli, proprio come il maestro di tavola. Abituiamo il nostro gusto ad assaporare il bello e il buono della vita per entrare davvero, come credenti, in una prospettiva del tutto nuova.

Il credente non alimenta una speranza vana affidando il proprio cuore a slogan privi di sostanza e vuoti: non cerca di riempire il tempo che gli sta davanti sperando che tutto vada bene. Di fronte all’evidenza di questi giorni, dove le cose, ancora una volta, non stanno andando per il meglio, non spera che tutto ritorni nella norma, come dopo una sonora sbornia ringraziando di essersi risvegliato ancora vivo. Non si lascia intorpidire il cuore dalla tristezza e dal rimpianto perché le cose non vanno più come un tempo. Non accetta lo svilupparsi della situazione come ineluttabile conseguenza dell’azione del destino.

Il credente spera, ma lo fa davvero, entrando nella convinzione che il meglio per lui, rispetto a qualsisia condizione di vita stia attraversando, debba ancora arrivare: possiamo anche noi cedere al pensiero che il vino buono sia già stato servito, ma esattamente come il maestro di tavola o come dei veri produttori, anche noi siamo invitati a riconoscere immediatamente il vino buono quando arriva.

In questi nostri giorni l’esercizio della speranza è chiamato sul serio in causa: mai come oggi, ai credenti viene ricordato che la festa è possibile soltanto se si spera davvero. Gesù si offre come vino per dare forza e spessore al nostro cammino quotidiano, ma tutto il vino buono ci sarà dato pienamente quando lo incontreremo.

Sperare vuol dire vivere nella convinzione che ci sarà dato tutto e che questo tutto non sta alle nostre spalle, ma si trova sempre e soltanto davanti a noi, sperare vuol dire riconoscere che anche dove il vino finisce per un po’, c’è sempre l’acqua della nostra povera umanità che, messa nelle anfore, ricondotta al rapporto più vero e profondo con Dio, può lasciarsi trasformare in vino. Stiamo attenti a non privare il mondo della linfa vitale della speranza: forse oggi non andrà tutto bene, ma noi sappiamo che il meglio, comunque, deve ancora e sempre arrivare.

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