Occhio d’asino

Occhio d’asino

Nel brano che accompagna la processione di domenica prossima, domenica delle Palme anno C (Lc 19,28-40), Luca ci offre una scena di sintesi grandiosa di tutto ciò che il Signore, così per la prima volta in questo Vangelo Gesù definisce se stesso, è venuto ad annunciare: quanto più la scena risulta teologicamente densa, tanto più, a ben guardare, essa è costituita da personaggi ed elementi di rara semplicità e quotidianità. Un villaggio, un puledro, forse un asinello, i proprietari dell’animale, i mantelli, la folla dei discepoli. Questi sono tutti i possedimenti del re che sta per manifestarsi nella sua pienezza. Luca pone al centro del proprio racconto la figura dell’asinello, insieme a Gesù, vero e proprio protagonista del brano: ad esso il Signore affida se stesso, non più l’annuncio di fatti o  racconti, ma il suo essere presente, la possibilità stessa di essere visto e riconosciuto come re all’ingresso in città. Il fatto che l’episodio dello scioglimento dell’asinello sia raccontato due volte nello spazio di poche righe deve in qualche modo insospettirci: ciò che Gesù annuncia si realizza concretamente davanti agli occhi dei due discepoli inviati; la parola di Dio trova sempre un compimento, perché parola creatrice nell’atto stesso in cui viene pronunciata; se essa si avvera nel piccolo, qui ne abbiamo una dimostrazione, tanto più essa si realizzerà nelle forme definitive della salvezza: proprio l’insistenza sulla figura del puledro sembra essere l’esatta realizzazione di un’altra parola, pronunciata un tempo, quella della profezia di Zaccaria 9, che ora trova il suo compimento. Il re sta per prendere possesso del suo Regno. Un re a cavallo di un puledro, non è un re in trionfo per le sue glorie militari, non è un re che ha bisogno di rendersi più alto per poter esprimere con certezza inequivocabile la forza del proprio potere; un tale re avrebbe avuto bisogno di una cavalcatura più nobile e possente. Quanto diverso il modo di entrare in città di Gesù rispetto a quello di un esercito che combatte per conquistare e distruggere o che scappa per salvarsi e distruggere ugualmente. Il re qui descritto ha bisogno di un puledro, forse un piccolo asino: ne ha bisogno per potersi esprimere, per poter annunciare la propria essenza senza fraintendimenti; un re che accetta di salire su un asino sa di essere re di un regno che gli è solamente affidato, ma di cui il vero sovrano è il Signore, così è stato per Davide, così per Salomone, così è per Gesù che riprende definitivamente possesso di ciò che appartiene al Padre. Questo re, il nostro re, ha bisogno di un piccolo puledro legato che nessuno ha mai cavalcato, un puledro da sciogliere, da rendere libero perché possa essere reso capace di servire. “Il Signore ne ha bisogno”: il Signore ha davvero bisogno di persone libere, di uomini che si lascino liberare per servire; per portare pesi, anche i più faticosi, l’asino ha bisogno di potersi muovere liberamente, di poter aggiustare la soma a seconda dei movimenti del terreno e degli sbalzi di livello; se fosse costretto a stare immobile dopo poco soccomberebbe irrimediabilmente. Anche per noi è così: abbiamo bisogno che qualcuno ci liberi, sciolga la corda che ci tiene legati, rendendoci capaci di portare gli inevitabili pesi della nostra condizione di creature. Paradossalmente nell’immagine del puledro, non è prefigurata solo la nostra condizione di uomini, ma anche quella del Figlio dell’uomo: Egli è colui che solo riesce a sopportare il peso di tutto il dolore dell’uomo, perché l’unico veramente e pienamente libero. Ecco di che pasta è fatto il re di questa pagina: la pace che annuncia è la pace che nasce dal servizio, dal mettersi a disposizione. Questa è l’unica pace che può essere ragionevolmente annunciata in sella ad una cavalcatura tanto povera e meschina. Questa è l’unica pace davvero possibile di cui tutti abbiamo bisogno.

Finalmente quel re che ha viaggiato in incognito, sotto le spoglie di un samaritano, è arrivato a destinazione: dopo aver attraversato le nostre terre raccogliendo sofferenti e morti ai margini delle strade, quelle strade anche oggi insanguinate da una violenza folle e insensata,  ora può salire in sella ed entrare in città affinché a tutti possa essere data la possibilità di riconoscerlo per quello che veramente è.

Non è più il tempo di tacere, perché non siamo più di fronte ad un semplice maestro, come credono alcuni farisei, ma ci troviamo ora di fronte al Re, il Re dei re, il portatore di una saggezza interamente nuova e così lontana da quella degli uomini, che neppure le pietre potranno rimanere in silenzio. Siamo di fronte ad una sorta di seconda trasfigurazione: la gioia della folla dei discepoli, è la gioia di chi ha capito, di chi guarda a questo strano re, nella retrospettiva gioiosa della resurrezione; è la gioia del cielo che si sente in pace perché finalmente di nuovo in piena comunicazione con la terra; abbiamo qui uno spaccato di vita eterna, di ciò che spetta a tutti coloro che vorranno guardare e finalmente vedere il Figlio di Dio per quello che realmente è: il Messia – Salvatore; non più solo maestro o guaritore. Il cielo esulta perché sta tornando il suo Signore! Ma qui siamo ancora sulla terra, non per questo però ci è proibito godere quando l’occhio della fede scorge qualcosa di grande che pure non può trattenere.

Dopo l’esultanza, come i tre discepoli dal Tabor, siamo invitati a scendere per assistere all’ultimo pezzo di strada che Gesù porterà a termine nella passione, il più faticoso: lì non vi saranno più dubbi su cosa sia venuto a fare.

Non ci facciamo illusioni però, anche noi come gli altri non saremo in grado di seguirlo in questo estremo tragitto: anche in noi sorgerà il dubbio che quel volto sfigurato non sia il volto di un vero re. Possiamo anche accettare l’idea di un re che sia venuto per servirci, ma l’idea di un re che muore davanti ai nostri occhi e che torna a lasciarci soli, questo ci inquieta e francamente ci irrita. Accettare l’idea del Regno, che cioè esista un Regno di Dio, altro dai regni e i potentati della terra, un regno in cui tutti avremo la possibilità di incontrarci, un giorno, volto a volto con Dio, è fatto desiderabile e in qualche modo estremamente consolatorio; accettare che ad aprirci le porte del Regno sia un re ferito, bastonato, deriso e morente, e che sia necessario passare attraverso il vassallaggio di un tale re per arrivare a godere in pienezza del Regno di Dio, non è cosa immediata, né tantomeno naturalmente desiderabile. Quella triste figura in croce è troppo debole per obbligarci a seguirla, ma in questo sta una grandezza sconfinata: il suo non obbligarci ci rende liberi. La resurrezione non annulla i segni della morte in croce, ci aiuta a leggerli in modo diverso, ce li fa prendere sul serio per quello che sono: evidenze di una morte sconfitta.

Ecco perché all’inizio della Settimana Santa ci viene offerta questa immagine di gloria, questo percorso tra rami festanti e grida di giubilo; siamo invitati ad attraversare il dolore della morte con l’occhio rivolto alla resurrezione: la prefigurazione della gioia del cielo ci è necessaria per sopportare il peso del nostro fallimento, della nostra incapacità di sostenere lo sguardo del nostro Re in croce. Abbiamo bisogno di sentirci Chiesa festante per potercelo ricordare anche quando saremo soli nel nostro peccato. Ci sarà necessario ricordare ciò che gli occhi della fede ci hanno permesso di percepire, ci sarà necessario per poter mantenere saldo il legame tra esperienza della croce ed esperienza della risurrezione, anche quando tale legame non ci sembrerà avere più alcuna consistenza. Le grida che si innalzano dalla terra riconoscendo la gioia del cielo sono esse stesse elementi indispensabili perché tale gioia sia reale: cielo e terra hanno ripreso una comunicazione piena; ora anche la terra può invocare la pace per il cielo, come già esso aveva fatto per lei la notte di Natale. Nell’ottica di questo dialogo mai interrotto, ma ora pienamente possibile, siamo chiamati anche noi a leggere la nostra esperienza individuale di vita e di fede. La visione cosmica che Luca ci offre ci invita a sentirci parte di una relazione con gli altri che sola può abilitarci a riconoscere davvero l’identità del Salvatore: è una comunità intera di discepoli a gioire per aver capito i segni che Gesù ha posto lungo il percorso della sua vita. Il singolo potrebbe ingannarsi davanti alle manifestazioni della gloria pasquale dimenticandone l’origine, oppure smarrirsi di fronte al dolore della croce: la comunità post-pasquale dei credenti qui prefigurata, quella comunità di cui anche noi facciamo parte, diventa luogo del non fraintendimento per sempre, nella misura in cui saprà guardare con gli occhi di un asino ad un Re che ci viene incontro cavalcando un asino.

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