L’ultima campanella

L’ultima campanella

Prendere del proprio e metterlo a disposizione degli altri è sempre faticoso: saremmo tentati di conservare, tenere per noi. Non si tratta soltanto di beni materiali, molto più faticoso mettere a disposizione la nostra intelligenza, le nostre competenze per la realizzazione del bene comune, senza che necessariamente gli altri ci riconoscano in cambio qualcosa. La tentazione è sempre quella di offrire per ricevere: denaro, riconoscimenti, fama e gloria.

Anche Gesù parla di gloria nel brano di questa domenica, solennità della Santissima Trinità (Gv 16,12-15), ma lo fa in un modo strano, lontano dal consueto immaginario: il Figlio sarà glorificato dall’azione dello Spirito che prenderà quello che gli appartiene e lo metterà a disposizione di coloro che vorranno ascoltarlo. Gesù viene glorificato nel momento in cui ciò che è suo viene messo a disposizione, chiarendo in maniera definitiva che quello che gli appartiene è possesso del Padre.

La gloria di cui parla Gesù, allora, ha a che fare con il peso specifico della relazione che esiste tra lui e il Padre nello Spirito, e non con la fama passeggera dovuta a qualche successo o a qualche colpo ad effetto.

C’è un modo di stare in relazione che dà gloria, cioè, facendo riferimento al termine ebraico con cui si esprime il concetto, un modo vero, di peso, per vivere i rapporti. Lo Spirito non fa altro che rivelare questa realtà, mettendone in luce la bellezza e la profondità: lo fa anche per noi, perché impariamo che la gloria vera di cui abbiamo bisogno è soltanto quella che viene dal vivere la verità di relazioni libere e appaganti.

Gesù e il Padre hanno tutto in comune e non tengono nulla per sé: lo Spirito non fa altro che manifestare il peso e la bellezza di questa relazione, indicando a tutti che per vivere leggeri è necessario dare peso all’amore.

Quando si parla della Trinità si è soliti correre immediatamente a pensieri alti, a discorsi complessi e teologicamente elaborati: abbiamo bisogno anche di questo per stare di fronte a un mistero di cui possiamo cogliere solo le sfumature. Poche volte, però, pensiamo di abbandonare la via delle cose celesti e dei pensieri alti per parlare della Trinità attraverso l’immagine, molto terrena ed estremamente umana, di una relazione riuscita.

Ogni rapporto di coppia dove si viva la gioia dell’amore, diventa luogo in cui agisce lo Spirito e si manifesta il peso della relazione tra il Padre e il Figlio.

Dove si celebra con gioia la realtà dei sacramenti nella vita della chiesa, si rendono manifesti i legami di vita all’interno di una comunità e in questo modo, trasmettendo quello che è anche nostro, offriamo gloria a Dio.

Ma anche un rapporto di amicizia riuscito, dove si viva il dono come prospettiva ultima e definitiva, senza neppure chiedere in cambio riconoscimento e affetto superficiale, diventa dinamica relazionale che ci aiuta a capire qualcosa della Trinità.

Dove la gloria diventa evidenza di una relazione riuscita, lì impariamo qualcosa di come ama la Trinità.

Dove impariamo a riconoscere il peso vero di un cammino fatto insieme che realizza una storia comune e l’io fa sua la lingua del noi,  lì c’è sicuramente un sema di vita nella Trinità.

Dove l’amore per l’altro si preoccupa di rendere evidente la bellezza di chi si ama, senza chiedere conto della fatica di una relazione che rimane anche quando tutto diventa difficile, lì viene data gloria alla Trinità.

Per imparare qualcosa della bellezza della relazione trinitaria, può essere sufficiente, almeno per l’attimo legato alla lettura di questo commento, pensare alla vicenda di un preside a Parma, festeggiato da tutti i suoi studenti e da tutto il personale della scuola al termine dell’anno scolastico.

Non si è trattato di un normale festeggiamento: la pensione ha posto fine al suo percorso lavorativo e tutti, a sorpresa, lo hanno atteso al di fuori dell’edificio scolastico, al suono dell’ultima campanella per rendergli gloria. Chi lo ha festeggiato ha forse inteso avere qualcosa in cambio? Non si è trattato semplicemente della manifestazione spontanea e sentita del riconoscimento del peso di una relazione credibile, costruita negli anni, e riconosciuta tale da generazioni di colleghi e studenti? Penso che qualsiasi relazione, anche lavorativa, vissuta in maniera credibile sia in qualche modo specchio, sicuramente pallido e povero, ma necessario, di come Dio si spenda tutto nella relazione. Ricordare l’agire trinitario di Dio è raccontare la sua essenza, ma è anche ricordare a noi stessi che siamo fatti a sua immagine e quindi siamo fatti per ricercare nella relazione la nostra felicità: questa è la continua profezia sul futuro che lo Spirito rimette in circolo anche quando suona l’ultima campanella.

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