Porta da attraversare (per essere liberi)
Nel brano del Vangelo di questa IV domenica del tempo di Pasqua, incentrato sulla figura del Buon Pastore (Gv 10,1-10), Gesù non si limita a presentarsi come colui che, a differenza di ladri e briganti, svela la verità sulla vita delle pecore per condurle fuori dal recinto e donare loro libertà. Di fronte all’incomprensione dei discepoli – che pure avrebbero dovuto cogliere immediatamente un’immagine così cara alla tradizione biblica – egli rincara la dose introducendo una metafora nuova: quella della porta. Egli è la soglia attraverso cui è necessario passare per raggiungere i pascoli che offrono nutrimento.
Non si tratta, dunque, solo di seguire una voce o di obbedire a comandi, ma di qualcosa di molto più profondo: attraversare una vita e una relazione per diventarne parte. Il cristiano non si limita a seguire il Maestro, ma giunge a chiedere che la propria esistenza si conformi a quella di chi lo guida. Questa è la porta da attraversare: quella che immette in una comunione autentica. La nostra vita guarisce nel momento in cui smettiamo di eseguire ordini e iniziamo a fidarci di chi ci chiama alla libertà.
Il passaggio centrale del brano descrive una relazione di estrema delicatezza: egli chiama le sue pecore ciascuna per nome. Mentre i moderni sistemi di profilazione ci trattano come obiettivi da manipolare, il Pastore del Vangelo opera una personalizzazione radicale. Essere chiamati per nome significa essere riconosciuti nella propria unicità irripetibile. Questa distinzione è cruciale nel contesto attuale di solitudine e isolamento sociale: spesso ci sentiamo parte di un gregge anonimo, spinti da voci estranee verso pascoli aridi. Il Vangelo, al contrario, ci assicura che la vera guida cammina davanti, aprendo una strada che ha già percorso con amore.
Le pecore seguono questa guida perché ne conoscono la voce e lo stile. Qui il testo tocca il tema del discernimento: come distinguere la voce del Pastore dal rumore costante di un mondo in perenne connessione? Possiamo riconoscerla soltanto coltivando la relazione con lui attraverso l’ascolto della Parola.
Il brano si chiude con una promessa rivoluzionaria: la vita in abbondanza. In un periodo storico segnato da narrazioni di scarsità e paura, Gesù sposta l’orizzonte. Se il «ladro» — identificabile oggi con chiunque approfitti della vulnerabilità altrui per il proprio profitto — toglie la vita, il Pastore la dona in eccesso. La vita in abbondanza è la capacità di restare umani e solidali anche quando le porte appaiono sbarrate. La sfida per il cristiano oggi è imparare a distinguere quella Voce nel frastuono e diventare, a propria volta, una «porta» attraverso cui gli altri possano trovare protezione, dignità e speranza.
Questa dinamica di liberazione risuona con particolare forza il 25 aprile. La festa della Liberazione del nostro paese, ricorda che è possibile distinguere, tra le molteplici voci del potere, quella che richiama alla dignità. I partigiani e i resistenti furono coloro che rifiutarono la «voce degli estranei» – l’odio e l’oppressione – per seguire una via che portasse fuori dal recinto della dittatura.
Cristo, definendosi Porta, offre un criterio di autenticità: fede e democrazia convergono, anche oggi, nel richiedere un dinamismo che mantenga la libertà ancorata al riconoscimento della dignità di ogni uomo, in ogni parte del mondo.



