Con mani d’uomo – Mt 13,54-58
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
«Non è costui il figlio del falegname?». Nella memoria liturgica di san Giuseppe lavoratore (1 maggio), il vangelo di Matteo ci porta nella sinagoga di Nazaret, dove l’insegnamento di Gesù e l’autorevolezza delle sue parole sono motivo di scandalo. E lo sono in ragione del fatto che i suoi concittadini lo conoscono come il figlio del «tekton», dell’artigiano, di colui che vive del suo lavoro di bottega.
La tradizione cristiana ha sempre considerato il lavoro una via per realizzare sé stessi e per umanizzare la realtà. A immagine del Dio creatore e artigiano, che si è messo al lavoro creando il mondo e ha partecipato all’uomo la sua forza creatrice e la sua responsabilità di custode. Con l’incarnazione – afferma il Concilio – il Figlio di Dio «ha lavorato con mani d’uomo», facendo del lavoro una dimensione qualificante dell’umano da lui assunta e «innalzata a una dignità sublime».
Nell’epoca dell’automazione e dell’intelligenza artificiale il lavoro non è più pesante come un tempo. Ma resta minacciato da logiche di efficienza e profitto che provocano un vero degrado della dignità umana. La festa di oggi resta un appello a tenere desta la coscienza affinché ogni lavoro sia «degno e umano».



