Il ponte

Il ponte

Perché dovrebbe essere turbato il nostro cuore? Non abbiamo appena assistito alla potenza di Dio capace di sconfiggere la morte? Non abbiamo celebrato, soltanto alcune settimane fa, la testardaggine del Signore che si ostina a volere l’uomo salvo e accanto a sé nel festeggiare la vittoria della vita?

Il brano di questa V domenica di Pasqua, anno A (Gv 14,1-12), ci riporta ai giorni precedenti la Pasqua del Signore, almeno apparentemente: siamo di fronte al tentativo da parte di Gesù di rassicurare i discepoli circa la sua imminente dipartita; Gesù annuncia la propria partenza come qualcosa di necessario, inevitabile, o meglio qualcosa di voluto affinché possa essere disposto l’arrivo di chi lo vorrà seguire nella casa del Padre. In effetti il tema centrale di questo brano è proprio la situazione dei discepoli che rimangono e non la partenza del Signore: l’evangelista non sta raccontando lo stato d’animo dei discepoli di fronte alle incomprensibili parole di Gesù che annuncia la propria morte e risurrezione; siamo in realtà all’interno di una riflessione post pasquale rivolta a tutti i credenti che presumono di conoscere il luogo dove si trova il Signore e la via tracciata per poterlo seguire. Basta conoscere queste cose affinché il nostro cuore non venga turbato? Evidentemente no: ecco allora la necessità di una riflessione sulle proprie insicurezze, la propria incredulità e incapacità di affidarsi completamente alle speranze nate dall’aver visto il sepolcro vuoto.

Vorremmo qualche certezza in più e dopo tanti anni trascorsi a fare memoria degli eventi generatori della nostra fede, nell’attesa della sua venuta, ci sentiamo ancora soli e più ci allontaniamo da quelle sacche d’ossigeno che le feste dell’anno liturgico distribuiscono lungo il rincorrersi del tempo e più ci sentiamo mancare l’aria. La domanda di Tommaso, santo di tutti coloro che cercano di essere onesti intellettualmente, è drammatica per concretezza  e sincerità: è la stessa che ciascuno di noi si porta nel cuore, ogni volta che celebra e prega, ma che spesso non trova spazio nelle nostre strutture difensive psicologiche ed esistenziali: Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?

Sappiamo cosa hai fatto, conosciamo le cose che hai detto, ma non sappiamo dove vai; non lo sappiamo perché se anche possiamo spingerci a credere che sei davvero risorto, ora non ti vediamo più e dopo qualche settimana, anche i racconti di chi ti ha visto radioso della luce di gloria iniziano ad assomigliare a vecchie cartoline sbiadite nel tempo, belle, ricordi di luoghi straordinari e di vacanze forse indimenticabili, ma pur sempre ricordi! Vorremmo scattare in avanti, magari raggiungerti, ma non sappiamo quale via prendere e come al solito ci sentiamo persi e smarriti. Anche l’intervento di Filippo risulta di una sconcertante forza originaria nella sua semplicità e ingenuità: mostraci il Padre e ci basta! Chi non ha desiderato incontrare Dio faccia a faccia per potergli parlare e magari offrirgli anche qualche suggerimento su come fare andare meglio le cose? In fondo si tratta di una considerazione banale che risolverebbe ogni problema di fede: vedere Dio sarebbe sufficiente per credere in lui! Le domande e le richieste dei discepoli non ci appaiono astruse perché sono le nostre, quelle di credenti che hanno ricevuto l’annuncio del Risorto e che vivono la stagione dello Spirito, ma che, alle volte, troppo protesi verso la realizzazione finale del Regno, dimenticano che il Regno del Padre è già in atto. Le risposte di Gesù ci richiamano proprio la realtà di una via, di una verità e una vita che sono già in progresso, che hanno già trovato una concreta realizzazione nella casa che è la storia degli uomini: Gesù è il ponte tra la casa degli uomini e la casa di Dio fatta di molte dimore.

Per entrare negli atri della casa del Signore e dimorarvi in eterno è necessario sostare nei corridoi spesso angusti della casa degli uomini, ma anche gli anfratti più bui possono essere illuminati dalla presenza dell’ospite soave dell’anima, dono del Risorto, che può farci riscoprire non solo che abbiamo un’anima, ma che siamo corpi in ricerca.

Così scrive Bruno Maggioni «La verità è per Giovanni il disegno salvifico di Dio che si è svelato (è divenuto) nel Gesù storico. Più precisamente la verità è il movimento di comunione che unisce il Padre e il Figlio: di questa comunione Gesù è la trasparenza, la manifestazione piena e concreta, raggiungibile. Non è dunque solo una verità da conoscere, ma da accogliere e costruire. È da cercare con la fede, da ascoltare, non da conquistare. Parte dalla iniziativa divina».  Conosciamo tutto quello che Gesù ha detto e fatto, ma ancora non crediamo che Egli lo abbia fatto davvero per noi; crediamo con la testa, ma non ancora con lo stomaco, le viscere il cuore; sappiamo però dove inizia la via, ne conosciamo la direzione anche se turbati e stanchi vorremmo fermarci e tornare indietro, pur sapendo la gioia immensa che, come nelle salite in montagna, ci pervaderà non appena avremo toccato la cima.

Basterà l’aver incontrato per strada gente come Tommaso e Filippo, con la loro sconcertante franchezza, per risvegliare in noi il desiderio di camminare verso l’incontro con il Risorto, verso la consapevolezza di quella realtà che è propria di ogni credente?

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