Non siamo orfani

Non siamo orfani

Il fatto che al v. 15 di questo brano scelto dal capitolo 14 del vangelo di Giovanni per questa VI domenica di Pasqua, si sottolinei lo stretto legame tra amore per Gesù e osservanza dei comandamenti, risulta chiaramente ricollegabile al tema dell’obbedienza: in relazione all’amore ci aspetteremmo, da buoni occidentali post-moderni, un qualche riferimento al tema degli affetti, dei sentimenti, delle emozioni intese come fluttuazioni dell’animo; il Vangelo, invece, ci riporta immediatamente e in modo molto più concreto al tema dell’ascolto e dell’obbedienza che nasce dalla volontà di corrispondere all’amore che si sente di aver ricevuto.

L’obbedienza ai comandamenti e alla sua parola è totalmente connaturata alla capacità di accoglierne l’amore: si diventa obbedienti solo se si lascia spazio alla convinzione di essere stati toccati da una predilezione d’amore e soltanto diventando obbedienti, cioè persone capaci di gioire di questo amore, si inizia a capire che la preghiera di Gesù è vera ed efficace.

In questo orizzonte di senso, la figura di Alex Zanardi, la cui corsa terrena si è conclusa venerdì 1 maggio, si staglia come una traduzione laica e potentissima di questa “obbedienza alla vita”. Alex non ha semplicemente “subito” il destino, ma ha obbedito a una chiamata interiore che lo spingeva a trasformare ogni limite in una nuova possibilità, testimoniando che l’amore per l’esistenza non è un sentimento astratto, ma un’adesione concreta e quotidiana a ciò che ci è dato vivere. Ciò che lo spirito del mondo, spesso distratto, preso da mille preoccupazioni, rivolto principalmente a preservare se stesso e a fuggire il dolore, non è in grado di vedere e conoscere, diventa invece visibile ed efficace nella vita di colui che obbedisce. Lo Spirito consolatore invocato da Gesù diventa presenza vitale destinata a protrarsi per sempre nella storia degli uomini in virtù della risurrezione e della volontà d’amore del Padre. Il credente sa di non essere solo e di non poter vivere da orfano.

La presenza dello Spirito ci rende vivi, come credenti e di conseguenza come uomini: iniziamo a vivere davvero quando assumiamo consapevolezza di questa presenza nella nostra vita come segno della continuità con l’esistere di colui di cui narra il Vangelo. È grazie allo Spirito che possiamo definirci vivi in lui e che possiamo continuare a vedere lui vivo in noi e nel mondo. Questa vitalità l’abbiamo vista brillare negli occhi di Zanardi, nella sua capacità di ridisegnare il concetto di “integrità”, dimostrando che l’uomo è intero non quando possiede tutte le sue membra, ma quando abita pienamente la propria vocazione. La consapevolezza piena del credente non è data dall’acquisizione di conoscenze particolari o dall’esercizio di determinate pratiche, essa trae origine dalla percezione che il Signore, dimorando presso il Padre, non ci ha abbandonati, anzi ha lasciato lo Spirito ad illuminarci sulla strada da compiere dietro a lui, perché anche noi possiamo giungere al Padre. La sua assenza diventa occasione per metterci in cammino illuminati dallo Spirito. La consapevolezza del credente pare essere, allora, quella di riconoscere finalmente una via che permetta all’uomo di entrare a far parte del legame d’amore unico e fondante esistente tra il Padre e il Figlio: finalmente, grazie al dono dello Spirito, anche a noi è data la possibilità di conoscere cosa sia davvero l’amore e questa possibilità non ci verrà mai tolta, neppure dal peccato, neppure dalla fragilità estrema o dalla morte.

Nel giorno in cui riconosceremo che Gesù è presso il Padre e che da lì, per mezzo dello Spirito, continua ad operare nella storia del mondo, ma anche nella nostra storia personale, allora diventeremo credenti capaci di aprirci realmente al miracolo dell’amore: viviamo già in lui in virtù del battesimo, ma troppo spesso viviamo come orfani, smarriti di fronte alla perdita, incapaci di scorgere il filo d’oro che lega il venerdì della passione alla domenica di Pasqua. Lasciare spazio allo Spirito vuol dire iniziare a vedere e riconoscere che il mondo è toccato dalla grazia e che i discepoli sono chiamati a rendere sempre più visibili i segni di questa predilezione. Accogliere i comandamenti, cioè le parole di vita che il Signore Gesù ci ha consegnato, vuol dire vivere nell’amore e rendere manifesto questo amore agli occhi del mondo: l’obbedienza è prima di ogni altra cosa, una questione di amore. Il tempo della Chiesa è il tempo dello Spirito, il tempo in cui siamo chiamati a rendere evidente che l’amore è la strada principale per arrivare alla conoscenza di Dio. Questo tempo è allora un tempo “mistico”: un tempo in cui riconoscere la manifestazione della presenza del Signore e imparare a leggere i segni potenti di questa manifestazione attraverso l’ascolto e l’obbedienza, prima di ogni altra cosa.

La nostra vita e quella dei fratelli non potrà rimanere indifferente agli effetti dell’amore reso concreto da un’obbedienza vera e profonda, quella che trasforma la polvere in gloria e il traguardo finale in un nuovo, eterno inizio.

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