L’amore come metro – Gv 16,23b-28

L’amore come metro – Gv 16,23b-28

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.
Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio.
Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre».

A buona ragione si dice che il vangelo di Giovanni è quello più spiccatamente trinitario. Nel lungo addio ai suoi discepoli, Gesù più volte parla della sua profonda unione con il Padre e con lo Spirito. Si tratta di un rapporto complicato, su cui i teologi e i cristiani di tutte le epoche hanno voluto ragionare.

E hanno fatto bene. Ma, come già ci avvisava sant’Agostino, ragionare sull’unione d’amore della Trinità è talmente complicato che sarebbe più semplice svuotare tutto il mare con un secchiello. Perché per noi essere assolutamente uniti e al tempo stesso differenti è impossibile.

Meno male allora, come diceva san Tommaso, che l’amore supera la conoscenza intellettuale. Quindi non è necessario comprendere appieno il rapporto trinitario per farne parte. Sì, perché nell’abbraccio del Figlio con il Padre ci siamo anche noi. E tutto ciò non perché abbiamo capito, ma perché abbiamo «amato e creduto».

Possiamo tirare un sospiro di sollievo: la qualità di ogni persona umana si basa non su ciò che ha capito, ma su quanto ha amato.

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