Tutto questo è già tuo

Tutto questo è già tuo

Questa grande pagina del Vangelo di Matteo che, come ogni anno ci accompagna nella solennità di tutti i Santi (Mt 5,1-12), non rappresenta soltanto la sintesi dell’annuncio che Gesù è venuto a portare: in queste parole viene descritta l’immagine stessa di Gesù. Si tratta della sua carta di identità, la descrizione delle caratteristiche principali del maestro che offre, a chi lo vuole seguire, la possibilità di essere felice. Gesù presenta agli uomini e alle donne di ogni tempo la via delle beatitudini non come qualcosa che sarà possibile realizzare in futuro, ma come possibilità presente, accessibile anche a chi oggi vive nel pianto e nel dolore: tutte le beatitudini hanno a che fare con un esito futuro che cambia radicalmente la prospettiva, tranne le due, quella iniziale e quella finale, che invece offrono già la propria promessa al presente, a ricordarci che il Regno di Dio che si realizzerà in futuro è già in costruzione dentro alla nostra storia.

Guardando al suo volto riusciamo a scorgere i tratti di tutte le beatitudini perché lui le ha vissute tutte in pienezza e le ha realizzate fino alla fine.

Nessuno potrà mai essere beato come Gesù, almeno fino a quando non saremo con lui nella gloria del Padre, ma tutti possiamo camminare sulla strada tracciata dalle caratteristiche che ne compongono il volto, tutti abbiamo la possibilità di approfondire almeno una di queste caratteristiche che sentiamo più vicine alla nostra sensibilità: il segreto per essere felici sta proprio nell’imparare a guardare il volto di Gesù attraverso il filtro delle beatitudini, per riconoscere che almeno una di esse sollecita il nostro cuore, invitandoci a prenderci cura della nostra umanità ferita, proprio a partire da lì. Oggi, in particolare, mi sembra che un’indicazione specifica per il nostro tempo ci venga dall’invito alla mitezza: non un invito a vivere passivamente, tutt’altro. La beatitudine è l’unica che ci offre per il futuro la prospettiva del possesso di qualcosa che in realtà abbiamo già: la terra. Cosa vorrà dire? Mi pare di non forzare troppo il testo se si interpreta il tutto come un invito a entrare pienamente in possesso della propria esistenza, del mondo e delle cose che ci circondano attraverso lo strumento della mitezza: solo i miti possono davvero abitare la terra; solo chi raggiunge la condizione della mitezza può stare con frutto dentro alla vita; solo i miti diventano già figli e quindi eredi di tutto quello che Dio ci sta già mettendo a disposizione. Essere miti vuol dire rifiutare la violenza e la sopraffazione, quella esercitata con la forza ma anche quella subdola delle parole e delle costrizioni. Quando non capiamo il mondo che ci circonda e chi lo abita è perché agiamo secondo una logica di violenza e dimentichiamo che per capire davvero avremmo bisogno soltanto di più mitezza: ecco il dono che rende davvero abitabile la terra e da cui si potrebbe ripartire per una vita più felice.

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