Lo sforzo dell’atleta

Lo sforzo dell’atleta

L’impressione che si ricava dalla lettura della pagina del vangelo di Matteo che ci presenta questa sesta domenica del tempo ordinario (Mt 5,17-37) è piuttosto difficile da descrivere: si percepisce tutto il fascino di una proposta di vita alternativa, ma anche la fatica di un linguaggio paradossale che rende davvero complicato accogliere una lunga serie di indicazioni come davvero realizzabili, anche solo in parte, nella propria vita. Alla fine di questa lunga lettura si ha davvero l’impressione di essere di fronte a qualcosa di irrealizzabile. Nel continuo ripetersi dell’espressione ma io vi dico, si percepisce la volontà di Gesù di aprirci le porte al suo modo di vivere, ma si sperimenta anche il fatto di trovarci ben al di sotto di una proposta troppo alta e che non trova riscontro nel nostro vissuto quotidiano. Gesù ci continua a dire cose che non riusciamo a realizzare, proposte che vanno al di là di un modo passivo di intendere la legge morale e le norme sociali: proponendosi come vero interprete dello spirito della legge di Dio, Gesù ci offre un di più che pare davvero mortificare le nostre deboli forze di volontà. Al termine di questa lunga carrellata che descrive la realtà e in parallelo ci presenta l’alternativa di come dovrebbe essere secondo il vangelo, si arriva stanchi, quasi esausti e senza forze: così è troppo Signore!

Se dobbiamo perfino preoccuparci del fatto che qualcuno possa avercela con noi senza essere colpevoli di nulla nei sui confronti, questo sembra davvero al di là di ogni ragionevolezza. Eppure è proprio qui che il vangelo ci vuole portare: ci vuole fare sperimentare tutta la nostra inconsistenza e povertà, ci vuole mettere davanti il nostro limite e tutta la fatica che facciamo a pensarci diversi da quello che siamo. I nostri giuramenti, espressi sulla base della nostra volontà, non servono a nulla, ecco perché siamo invitati a un linguaggio semplice, più aderente alla nostra realtà: una realtà che attende di essere risanata da qualcuno che faccia strada con noi e che ci fornisca parole diverse e un linguaggio differente da quello che siamo soliti definire ragionevole.

Dal punto di vista umano non c’è nulla di ragionevole nel togliere un occhio e nel tagliare una mano che sono fonte di scandalo, ma quello che Gesù sta dicendo è che per iniziare a ragionare in modo diverso è necessario lasciare qualcosa, tagliare con un aspetto della nostra vita che non ci permette di iniziare a vederla secondo una nuova prospettiva: quella della salvezza.

Certe cose non possono essere modificate, vanno soltanto aggirate e messe da parte: non tutto della nostra vita può essere salvato, anzi la vita si salva imparando a lasciare.

Non fermiamoci allora all’apparenza delle cose, neppure a quella superficie che ci sembra ragionevole accettare come quello che possiamo e dobbiamo fare: davanti a noi c’è un di più che rende saporita la vita, un di più che crea relazioni autentiche e profonde, un di più che non si accontenta della legge ma che cerca l’amore.

Questo di più non lo troviamo sulla strada del dovere, ci viene incontro sulla via della consapevolezza e della semplicità: i tanti sforzi che vediamo fare agli atleti olimpici in questi giorni non hanno nulla di ragionevole a ben pensarci, sono il frutto di tanta fatica che ai più pare impossibile e irragionevole, ma che diventa possibile solo per amore di quello che si fa e perché si è diventati via via sempre più capaci di fare i conti con i propri limiti.

Ecco, il vangelo di questa domenica ci appare in superficie un arido elenco di indicazioni che portano soltanto a sforzi inutili, ma se invece, tra le righe, impariamo a leggere l’importanza di questa parola come strumento che ci aiuta a fare i conti con il nostro limite per iniziare ad amare una vita diversa che ancora non abbiamo, allora possiamo accettare come ragionevole uno sforzo che ci mette in cammino e che ci diventa caro perché ci spinge a vedere quello che possiamo diventare. Non per puro dovere ma per la gioia di partecipare alle olimpiadi della salvezza.

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