Cibo di qualità

Cibo di qualità

Per questa solennità del Corpo e Sangue di Cristo la liturgia dell’anno A ci propone un brano del Vangelo di Giovanni estratto dal capitolo 6 (Gv 6,51-58), parte del lungo discorso che Gesù tiene nella sinagoga di Cafarnao, dopo aver moltiplicato i pani presso il lago di Tiberiade. Tutti lo cercano perché ha sfamato la folla, ma pochi, pure tra i discepoli, hanno veramente capito il significato di quel gesto. Nella dinamica propria della prima parte del vangelo di Giovanni, a un segno segue la spiegazione di Gesù che ne chiarisce il vero significato teologico ed esistenziale. Questo discorso di Gesù, di cui leggiamo solo pochi versetti, sarà il motivo scatenante della definitiva avversione dei capi dei Giudei, ma anche il motivo di rifiuto da parte della maggior parte dei discepoli che lo avevano seguito fino a quel punto.

Il discorso si fa duro perché non segue la logica degli uomini e soprattutto perché non asseconda il facile successo che avrebbe potuto svilupparsi da un miracolo così eclatante.

Di quale pane e di quale carne parla Gesù? Può esistere un cibo che dona vita per sempre? Possono la sua carne e il suo sangue diventare questo cibo che offre la vita al mondo?

Ci troviamo di fronte a domande e a possibili risposte sconcertanti per chi è abituato a una teologia estremamente pratica come quella che deriva dalla spiritualità biblica: di cosa sta parlando davvero Gesù? Cosa si nasconde dietro all’immagine del cibo?

Oggi siamo particolarmente attenti alla qualità del cibo che consumiamo: sappiamo molto bene che tante malattie dipendono proprio da quello che si consuma abitualmente e che un sano stile di vita ha a che fare necessariamente con un’alimentazione equilibrata. I più avveduti, poi, si pongono anche il problema della provenienza dei cibi e della loro sostenibilità etica: la vicenda drammatica dei poveri braccianti massacrati e arsi vivi nella propria auto, ci ricorda, in maniera del tutto evidente, come non sia sufficiente credere che la provenienza italiana dei prodotti basti a certificarne la qualità, visto che ormai in molti settori economici del nostro paese si stanno affermando e vengono accettate condizioni lavorative precarie degne di un sistema schiavistico. Perché un prodotto sia davvero buono deve fare bene a chi lo consuma ma anche a chi lo produce, altrimenti diventa un elemento che finisce per intossicare il tessuto sociale generando un’economia malata e un sistema che alla lunga si impoverisce fino a creare vere e proprie condizioni di illegalità e morte. Gesù offre la sua vita come cibo che nutre l’esistenza e non solo il corpo: un cibo che genera un pensiero che produce giustizia e pace.

Nutrirci di lui vuol dire lasciare che le sue parole, il suo stile, la sua morte e risurrezione raccolte e condivise nel pane spezzato e nel vino consumato, diventino parte di noi, alimentando le nostre scelte, le nostre decisioni, le nostre azioni. Avete mai visto qualcuno cercare di vivere lo stile del Vangelo e diventare veleno per la vita degli altri? Forse scandalo ma non certo veleno.

Gesù offre se stesso come cibo per stimolarci a cambiare alimentazione: scegliere lui come alimento per imparare a riconoscere davvero tutto quello che ci fa bene e che fa stare bene gli altri. Non basta cercare un cibo di buona provenienza che ci faccia vivere bene la nostra esistenza se poi questo stesso cibo diventa morte per qualcuno.

Gesù è il cibo che proviene dal cielo, ma è anche il cibo che permette a tutti quelli che lo assumono e non soltanto a qualcuno, di raggiungere una vita piena che dura per l’eternità. «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».

Nel dono totale della sua stessa vita si è offerto a tutti perché impariamo a mangiare bene e a godere finalmente della vita insieme agli altri, qui e per l’eternità.

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